Castelluccio Gela

 Castelluccio

A sette chilometri da Gela, in contrada Spadaro, distante qualche chilometro dalla Statale per Catania, si erge su uno sperone di roccia gessosa una costruzione fortificata a cielo aperto con due torri terminali denominata Castelluccio; incerto è il periodo della sua edificazione, sembra però accertato, dalla struttura tipologica dei muri perimetrali, che risalga al XIII secolo e quindi al periodo federiciano. Di pianta rettangolare e di quasi perfetta simmetria (misura metri 30x11x12), l’edifìcio è costituito da un pianoterra, che prende luce da diverse feritoie e da alcune finestre, e dai resti di un piano superiore. L’interno, in origine, era diviso da cinque archi ogivali, disposti trasversalmente, finalizzati a sostenere la copertura; la torre di Ovest, che conteneva la cisterna in cui si raccoglieva l’acqua piovana, difendeva l’ingresso situato su un piano più basso rispetto a quello dell’ edificio; tale ingresso conserva ancora sul pavimento un foro su cui girava il cardine del portone e sulla parete una canaletta per l’inserimento di una trave di chiusura.

    Gli interventi sul Castelluccio hanno riguardato da una parte il restauro dell’immobile, dall’altra la realizzazione di una serie di scavi per individuare le prime fasi di vita dell’edifìcio ma anche frequentazioni dell’area precedenti il periodo medievale. Il restauro ha comportato tra l’altro la realizzazione di una incastellatura di acciaio, che fa accedere alla parte sommitale del fortilizio, e la costruzione ex novo di una porzione di parete crollata a causa di un cedimento strutturale, cedimento che una recente pubblicazione (Gela II Castelluccio - di S. Scuto e S. Fiorilla - Messina 2001), attribuisce erroneamente «...al bombardamento navale dell’incrociatore Bolse che l’il luglio 1943 apriva il fuoco contro Castelluccio e Ponte Olivo». In realtà il crollo era già preesistente e in modo certo fin dal 1930, come attesta una fotografia d’epoca, in nostro possesso, scattata in quegli anni da Girolamo Guglielmino.

    Durante gli scavi, effettuati dalla Soprintendenza a partire dal febbraio 1987, si sono evidenziate diverse fasi di vita e una serie di profonde trasformazioni architettoniche (notevole è la presenza nella parete meridionale di un camino con colonnine trecentesche alla base) di cui l’ultima, che doveva trasformare il castello in palazzo e che è rimasta incompleta, è rilevabile dalla sopraelevazione dei muri perimetrali e dalla centinatura dell’arco interposto tra la quarta e quinta divisione. Interessanti, infine, sono risultati i vetri, i bronzi, i ferri e i resti dei manufatti ceramici, databili tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo, rinvenuti nelle varie campagne di scavo all’interno del Castelluccio. Nel XIII secolo il castello, con le vicine terre, fu dato in feudo ad Anselmo Moach di Modica e ai suoi eredi fino al 1364; durante il regno di Martino d’Aragona l’edifìcio e le terre passarono a Buggero Impanella, il quale nel 1422 li vendette a Simon de Carella coppiere regio. Successivamente castello e terre vennero in possesso al patrimonio degli Aragona Cortes di Terranova e poi ai Pignatelli prima di finire al demanio, anche se recentemente è corsa in giro la voce che il Castelluccio risulta di proprietà privata. Nel 1993 il Castelluccio fu aperto alla pubblica fruizione e subito ebbe una significativa quantità di presenze; però, dopo quasi sei anni fu chiuso con la motivazione che la zona era infestata da zecche. E’ da ritenere, pertanto, se questo è il motìvo vero, che nel territorio di Gela esisterebbe una specie nuova di zecca che riuscirebbe a vivere profìcuamente anche nei mesi invernali.

    Ironia a parte, il Castelluccio, purtroppo è ancora chiuso alla pubblica fruizione, forse per mancanza di custodi. Del fortilizio di epoca federiciana scriviamo affinchè la soprintendenza ai Beni Culturali ed ambientali di Caltanissetta si ricordi di questo monumento e appronti il necessario per restituirlo ai visitatori prima che l’usura del tempo, la mancanza di una copertura (sarebbe il caso di metterla) e il vandalismo diffuso possano danneggiarlo seriamente e irreparabilmente, così come è accaduto, e sta accadendo, alla Torre di Manfria.

    Hanno speso un fottio di soldi per restaurare il Castelluccio, ma anche per illuminarlo, e invece non si può nemmeno visitare, chiuso alla pubblica fruizione, abbandonato totalmente dalla Soprintendenza e dagli amministratori degli enti locali Comune e Provincia.

   

 

Uffici scardinati

Uffici scardinati

lampade sul ciglio del viale inservibili

Ex vetrata del finestrone della torre

Particolare della vetrata rotta

Guano da cacate di uccelli

la sterpaglia la fa da padrone

C'era una volta l'illuminazione

 

 

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