GAETANO DI BARTOLO MILANA

DI BARTOLO MILANA, ANARCHICO GELESE AMICO DEL PRESIDENTE PERTINI

     Gaetano Di Bartolo Milana nacque a Terranova di Sicilia il 6 aprile 1902. Figlio di orologiaio e orafo, primogenito di tre figli, frequentò il Liceo che però abbandonò dopo la licenza ginnasiale per lavorare con il padre. Dedito alla lettura di saggi politici e filosofici la sua attenzione fu attirata da autori come Godwin, Stirner, Bakunin e Proudhon che del movimento anarchico furono gli iniziatori e i portavoce.

    La scintilla del suo coinvolgimento alle idee anarchiche sicuramente scaturì da una manifestazione organizzata dal bracciantato agricolo terranovese nel settembre del 1919, contro l’insediamento di una industria tessile del Nord la SICIIM, e mutatasi in sommossa dopo che alcuni militi a guardia del Municipio spararono sulla folla provocando alcuni morti e diversi feriti, sommossa che non si trasformò in un bagno di sangue a causa di un provvidenziale e violento acquazzone che fece desistere i contadini dal loro violento proposito.

Qualche anno dopo, il Di Bartolo cominciò a prendere contatti con alcuni socialisti di Catania e della vicina Vittoria e iniziò a collaborare con alcuni giornali di stampo anarchico come Vespro Anarchico, quindicinale palermitano degli anarchici siciliani, Umanità Nova”, quotidiano milanese nato del 1920, Avanti, Voce Repubblicana e Il Martello, quest’ultimo edito a New York.

    All’inizio del periodo fascista il Di Bartolo fondò qui il Gruppo anarcocomunista Pietro Gori che, però, con l’avvento del regime fu bandito per le idee sovversive. Nonostante ciò, il 3 giugno 1922 si fece promotore e responsabile dell’uscita del giornale La fiaccola anarchica che esordì in prima pagina col programma politico di natura comunista, anarchico e rivoluzionario di Enrico Malatesta (uno dei capi riconosciuti del movimento anarchico italiano); il giornale rappresentò una pagina storica per l’anarchismo nisseno e siciliano anche se fu un numero unico perché costretto a chiudere per motivi economici e soprattutto a causa di un sequestro che ne bloccò definitivamente la pubblicazione.

    Intanto le varie correnti anarchiche che si erano formate nel corso di quegli anni cominciarono ad entrare in contrasto tra loro, pertanto si ebbe l’esigenza di riunificarle con la nascita del Partito Anarchico Italiano di cui il nostro Di Bartolo fu uno degli artefici. Ma tale iniziativa fu avversata da diversi autorevoli esponenti dell’Unione Anarchica Italiana che la fecero fallire così in breve tempo.

    Con l’accendersi dell’avanguardismo fascista e, dopo la “Marcia su Roma” l’attività anarchica del Di Bartolo diventò pericolosa per il regime tant’è che da parte delle autorità di polizia e prefettizie si misero in atto una serie di restrizioni della sua libertà fisica; su alcuni rapporti di polizia si leggeva: “àcontinua a professare idee sovversive ed è ritenuto elemento pericolosissimo. E’ stata intensificata la vigilanza nei suoi riguardi”. Nonostante le restrizioni il Di Bartolo riuscì lo stesso a far pubblicare i suoi articoli su diversi giornali anarchici come il periodico svizzero di Ginevra Risvegli”, Umanità nuova” in Francia e Adunata dei refrattari”, un periodico di notevole importanza che si stampava a New York. Per riuscire in ciò il Di Bartolo si servì di un’organizzazione di anarchici che, attraverso il Marocco e la Tunisia, era in contatto con molti paesi europei e con l’America.

    A partire dal 1927, il nostro concittadino sembrò ritirarsi dalla scena politica, addirittura dimostrandosi pure ossequioso alle leggi, il suo nome, infatti, non si lesse più sulla stampa clandestina anarchica contraria al regime. In realtà l’unico cambiamento fu quello della firma dei suoi articoli che comparvero con lo pseudonimo di Nunzio Tempesta. Dopo sette anni, però, fu individuato e, ancora una volta arrestato, fu mandato al confine prima nell’isola di Ponza per ben cinque anni e poi all’isola di Tremiti.

    Durante la permanenza a Ponza il nostro concittadino conobbe e diventò amico con esponenti di primo piano del movimento antifascista italiano di cui alcuni, dopo la liberazione, diventarono padri della repubblica: il socialista Sandro Pertini, i comunisti Umberto Terracini, Girolamo Li causi, Giorgio Amendola, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, gli anarchici Paolo Schicchi, Alfonso Failla e Ugo Fedeli.

    Liberato nel 1940 ritornò a Gela. Qui ebbe notevoli difficoltà di reinserimento nella società civile in quanto era visto con molta paura dalla gente per i suoi trascorsi di confinato, pregiudicato e soprattutto per il fatto che era vigilato notte e giorno dalla milizia fascista locale, i cui gerarchi, però, tranquillamente ci passeggiavano discutendo di politica. Gaetano Milana nel frattempo si sposò e nel 1942 divenne padre con la nascita di una figlia.

    Dopo lo sbarco degli Alleati a Gela fu nominato componente del locale Comitato di Liberazione Nazionale. Nelle elezioni del 1946 fu eletto consigliere comunale da indipendente nelle fila del PSI. Durante tale mandato denunziò coraggiosamente diversi illeciti degli amministratori comunali di allora; uno di tali illeciti, ad esempio, riguardava la Commissione Tributi Locali che aveva fatto finta di dimenticare di mandare la “tassa di famiglia” al capo dell’Ufficio Tasse, ai consiglieri comunali e al Sindaco. Nel 1947 ricoprì la carica di segretario della Lega Contadina.

    Negli anni seguenti, rifiutandosi di rivestire cariche politiche, proseguì la sua attività divulgatrice organizzando diverse conferenze in giro per la Sicilia. Partecipò in prima persona a scioperi e manifestazioni e fu in testa a quella di protesta con i socialisti e i comunisti contro l’adesione dell’Italia alla NATO.

    Dagli anni Sessanta in poi Gaetano Di Bartolo si allontanò definitivamente dalla politica e non accettando nessun privilegio condusse una vita disagiata ma sempre in modo dignitoso.  Si spense il 12 dicembre del 1984 all’età di 82 anni.

    Dalla tesi di laurea del gelese dott. Graziano Vizzzini, a cui ci siamo riferiti per redigere tale articolo sul Di Bartolo, ci piace riportare la parte finale: “àEbbe un funerale laico e grazie all’impegno dell’amico prof. Vincenzo Giunta ottenne a titolo gratuito un loculo cimiteriale. Lo stesso mandò un telegramma al Presidente della Repubblica Pertini, il quale espresse il suo dolore alla famiglia.

    Non lasciò nessun documento, nessun giornale, nessun opuscolo, nessuna poesia che avevano attraversato l’arco di una vita”.

àBrucerò ogni cosa e con la mia morte morirà tutto di me!” sovente ripeteva. Salvò solo una foto della sua bambina (scomparsa in tenera età) e una poesia a lei dedicata. Foto e poesia furono conservate nella giacca del Di Bartolo all’interno del feretro.