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DISTRETTO GELESE
Agosto 2026
ARGOMENTI
Il Museo Archeologico di Gela
Chiese come musei
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Cartolina di oggi
IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI GELA
Il museo
archeologico di Gela fu costruito nella seconda
metà degli anni Cinquanta per conto del
Ministero ai LL.PP., con i fondi della Cassa per
il Mezzogiorno, su progetto dell'architetto
Luigi Pasquarelli. L'edificio fu realizzato
dall'impresa I.CO.Rl. di Milano sotto la
direzione dell'architetto Rosario Corriere;
l'inaugurazione avvenne il 21 settembre del 1958
alla presenza del Sottosegretario della P.l. On.
Prof. Angelo di Rocco, del Direttore Generale
delle Antichità e Belle Arti, di 80 illustri
archeologi italiani e stranieri, di un folto e
sceltissimo pubblico, nonché del Sindaco Avv.
Fortunato Vitali, dell'On. Avv. Salvatore
Aldisio, dell'Assessore Regionale alla P.I. On.
Paolo di Grazia e del vice Presidente della
Cassa per il Mezzogiorno On. Avv. Rocco Gullo;
la relazione ufficiale fu letta dal
Soprintendente alle Antichità di Agrigento Dott.
Pietro Griffo.
La nascita del museo
pose fine al pluridecennale dirottamento dei
reperti archeologici da Gela in altri musei
dell'Isola come ad esempio Palermo, Siracusa e
Agrigento. Reperti unici e d'inestimabile
valore, scoperti nel tempo a Gela, si trovano
inoltre nei musei di Napoli, Torino, Bologna,
Firenze, Milano, Londra, Oxford, Berlino, New
York, Boston, Cambridge, Baltimora, Tampa, Yale,
Rhode Island, Basilea, Stoccarda, Vienna,
Amburgo, Zurigo, ecc.; senza contare tutti
quelli, e sono assai, trafugati ed esportati
clandestinamente fin dalla fine del Settecento
che fanno parte di collezioni private in tutto
il mondo. Il Museo, in seguito ad una prima sua
ristrutturazione, durata quattro anni, chiuse i
battenti nel 1980 per riaprirli nel 1984.
Il 12 maggio 2021 il
museo chiuse i battenti per importanti lavori di
demolizione (che si sappia si tratterebbe di
diversi pilastri realizzati con cemento
depotenziato), ampliamento e riallestimento;
avrebbe dovuto riaprire al massimo nel 2024, ma
fino ad oggi mentre scriviamo, è chiuso.
L'organizzazione del
museo, in seguito all'ultima ristrutturazione
del 1995-1997 (riapertura 26 aprile 1997), a
nostro avviso, non ha risposto appieno ai
criteri di fruibilità. Ad esempio, il sistema
didascalico dei reperti numerati esposti in
vetrina risultava poco fruibile per due motivi:
il primo era dovuto al fatto che per leggere le
spiegazioni relative agli oggetti bisognava
memorizzare ogni volta il loro numero e
spostarsi di qualche metro per andare a leggerne
la spiegazione, sarebbe opportuno, pertanto,
corredare ogni singolo reperto di un cartellino
con la relativa didascalia; l'altro motivo era
dovuto alla poca leggibilità dei caratteri delle
didascalie di piccole dimensioni, comprese
quelle del medagliere che nonostante erano
passati già diversi anni dalla sua
inaugurazione, erano ancora poste su foglietti
di carta appiccicati alla meglio sulle vetrine.
Ed ancora, in merito la eliminazione per
“punizione” di alcuni reperti protostorici
esposti in una vetrina al primo piano (ritrovati
a Monte Disueri da alcuni soci dell’Archeoclub
d’Italia durante una campagna di scavo
istituzionale), si lascia perdere per evitare di
scrivere di una situazione di …mancata
servilità.
A volte ci si
chiede: ma che scriviamo a fare queste cose e a
chi li indirizziamo visto che nessuna delle
istituzioni ha mai risposto; per usare una
locuzione tratta dal Vangelo di Giovanni, (“vox
clamantis in deserto”),
la nostra è una voce che “predica” senza mai
essere ascoltata, una voce che rivendica diritti
senza ottenere risposta. A quanto pare l'unico
risultato che si ottiene, a parte la solidarietà
dei lettori e dei cittadini in genere, è quello
di inimicarsi i dirigenti della Soprintendenza
che mai hanno tollerato la "intromissione" (così
l’hanno definita) in queste problematiche di
fruizione dei beni culturali e già ad esempio
per questo ed altri motivi lo scrivente da
alcune istituzioni è stato inserito in diverse
blacklist nascoste …ma di quelle veramente nere.
E comunque ritornando alla
cartolina di oggi, risalente a
prima della ristrutturazione del
Museo degli anni Ottanta e
spedita il 2 ottobre 1980, si
vedono il Museo, con sullo
sfondo l'ex Hotel Venezia del
Comm. Castellano, e in primo
piano una Seicento FIAT. Sul
retro della cartolina,
affrancata con un francobollo da
120 lire della serie Italia
turrita, si leggono: “Gela -
Corso Vittorio Emanuele,
Boulevard Vittorio Emanuele,
Vittorio Emanuele Avenue,
Vittorio Emanuele-Allee” ed
ancora “Da Fotocolor - Kodak
Extrachrome”. La cartolina è
indirizzata alla Fam. Tonsi Rosi
Via Castrino 25050 Fratecarolo
(BS) 2.8.80 con il seguente
testo: “Cari saluti …felice Pino
Cristina Giuditta e Luca”.
CHIESE
COME MUSEI
E’ uso comune entrare nelle chiese per assistere alle funzioni religiose, ai battesimi, ai funerali, ai matrimoni e qualche volta per pregare. Ma le chiese non servono solamente a tali funzioni, esse ne svolgono ben altre che spesso sfuggono all'attenzione dei più. A parte il salutare refrigerio che si può avere stando dentro una chiesa nelle calde giornate estive e il silenzio con una non comune sensazione di benessere cerebrale mentre fuori i decibel superano la soglia della sopportabilità, un edificio di culto è il luogo dove quasi sempre sono conservate opere d'arte più o meno cospicue e la cui fruizione, se fosse opportunamente conosciuta, risulterebbe sicuramente molto valida per la cittadinanza, soprattutto per i parrocchiani, ed in particolare per gli operatori culturali delle scuole che potrebbero così far conoscere ai propri alunni le vestigia artistiche nostrane. Pertanto, per questa ragione, anche se in modo sintetico, si scrive sulle opere artistiche più significative presenti in alcune chiese di Gela e lo si fa oggi scegliendo la Chiesa Madre, un edificio di culto costruito nel 1766 sui resti dell'antichissima parrocchia di Santa Maria de' Platea, quest’ultima nata nel XIII sec. assieme alla fondazione federiciana di Heraclea (denominazione medievale di Gela). E iniziamo dall'esterno con il campanile del 1837, la cospicua cupola e il bellissimo prospetto neoclassico della facciata principale del 1844, opera del conterraneo Arch. Giuseppe Di Bartolo Morselli di fama regionale, con due ordini di colonne dorico e ionico che erroneamente da molti sono credute le stesse provenienti dai templi dell’acropoli di Mulino a Vento. All'interno della chiesa Madre si possono ammirare diverse pale dipinte e tra esse “Le Nozze di Cana”, della scuola di Pietro Novelli, il “Transito di Maria” attribuita a Deodato Guinaccia, diverse tele della seconda metà del Settecento di Giuseppe Tresca e il “Battesimo dell’eunuco”, opera del caltagironese Francesco Vaccaro del 1850. Cospicui sono pure i monumenti funerei al Cardinale gelese Panebianco, opera del 1888 del maestro scultore Luigi Fílippo Labiso, al parroco Iacoponelli e al conterraneo barone Mallia, quest'ultimo opera settecentesca dello scultore palermitano Filippo Pennino. Importanti sono pure gli stalli lignei, l'altare, gli stucchi dorati e gli affreschi degli altari e delle navate, compreso il transetto. Negli uffici della canonica, oltre a diversi dipinti dei parroci della chiesa, esistono numerosi atti a partire dal Cinquecento e in particolare i faldoni con i registri dei battesimi, morti e matrimoni a partire dal 1563. Infine, nel caveau della chiesa si conservano oggetti sacri di cospicuo valore artistico e diverse icone, tra esse l’effigie bizantina della Madonna dell’Alemanna, protettrice e patrona di Gela, ultimamente trasferita e ubicata in una edicola nella navata nord, sopra il relativo altare ligneo. |