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La Sicilia
DISTRETTO GELESE

Aprile 2026


ARGOMENTI

NAVE GRECA AFFONDATA 25 SECOLI FA NEL MARE DI GELA

E OGGI MUSEALIZZATA

IN RICORDO DI MONS. GIOACCHINO FEDERICO

PARROCO DELLA CHIESA MADRE DI GELA

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DAL MARE AL MUSEO, LA NAVE DI GELA, L’ARCHEOLOGIA SUBACQUEA

L’ASSOCIAZIONE POSEIDON E UNA TESI DI LAUREA

   Il 19 e il 20 maggio del 1990, il Comune di Gela assieme alla Soprintendenza di Agrigento, all’AGIP GELA, all’Azienda di Soggiorno e Turismo e al Banco di Sicilia (con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dei Ministeri della Pubblica Istruzione e dei Beni Culturali ed Ambientali, e della Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana), organizzò nei locali del Museo archeologico di Gela un convegno internazionale “Dal Mare al Museo: la nave arcaica di Gela e l’archeologia subacquea” a cui oltre a degli specialisti archeologi come Giovanni Di Stefano, Giuseppe Voza, Umberto Spigo e Piero Gianfrotta, parteciparono illustri luminari nazionali ed internazionali come Patrice Pomey, archeologo francese e uno dei padri dell'archeologia subacquea del Mediterraneo, Mensun Bound, celebre archeologo britannico specializzato nello studio dei relitti e della navigazione, Daniel Drocourt, Accademico di Francia e Francisca Pallares, una delle figure più importanti dell'archeologia ligure ed internazionale.

    Inoltre, l’AGIP spa, col responsabile delle relazioni esterne dott. Rosario D’Agata, e il Comune di Gela l’11 dicembre 1995 fondarono l’”Associazione Poseidon”, un’associazione culturale senza fini di lucro, alla cui presidenza fu incaricato lo scrivente, per la realizzazione di un modello 1:1 di nave mercantile antica, con reali dimensioni di 21X6 metri, per brevi navigazioni dimostrative che fu affidata al cantiere navale gelese “Marrali” con un costo previsto di circa 900 milioni delle vecchie lire e con la possibilità di trasportare dai 30 ai 50 passeggeri. Però, dopo qualche anno il progetto, forse di difficile realizzazione o forse per mancanza di adeguato finanziamento, fu abbandonato. Non sarebbe una cattiva idea farne una riproposizione.

    Nel 2010, su una tesi di laurea in Architettura dell’allora studentessa universitaria Elisa Schillaci presso l'Università La Sapienza di Roma, con l'appoggio del suo relatore, l'architetto romano Andrea Grimaldi e l'architetto gelese Vincenzo Castellana suo correlatore, fu pure ipotizzato un museo per accogliere la nave (Munaar - Museo della Nave Arcaica) da ubicare nella sede dell’ex Ospizio Marino, allora abbandonato e fatiscente, oggi sede del Centro di Radioterapia.

 SCOPERTA DI ALTRI RELITTI DI NAVI

     Quindi nel 2008 dai fondali del mare di Gela prospiciente contrada Bulala, la rimanente parte del relitto della nave greca arcaica di Gela fu recuperata interamente alla presenza di autorità civili, politiche e militari i quali con la loro partecipazione vollero sottolineare l’importanza dell’evento. Evento che ebbe uno spazio mediatico sui giornali regionali, sul web, sui TG nazionali e su trasmissioni varie come “Linea Verde”, ma anche a livello estero con la presenza della BBC. Allora ci si augurò che tale interessamento mediatico avrebbe dato frutti proficui al nostro turismo, cosa che purtroppo non è accaduta se non in maniera limitata e sporadica.

    Come si diceva prima, il ritrovamento fu eccezionale, in quanto era la prima nave arcaica greca ad essere stata scoperta nei fondali marini della Sicilia. Ma, non si trattò né dell’unico, né dell’ultimo relitto di nave; sempre in quest’area del fondale del mare di Bulala, dagli anni Novanta in poi furono fatti altri tre rinvenimenti, due di epoca greca e uno medievale (di cui, grazie al sub Franco Cassarino, è stato recuperato uno smeriglio ovvero un piccolo cannone a retrocarica che oggi fa parte del corredo nel Museo archeologico di Gela) tant’è che il compianto Prof. Sebastiano Tusa, allora responsabile della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, affermò che presumibilmente nell’attuale località Bulala si trovava lo scalo marino dell’antica colonia dorica di Gela. Al recupero dello smeriglio dai fondali contribuirono oltre alla Soprintendenza del Mare e alla Guardia Costiera anche la SDAI della Marina Militare, la Polizia di Stato, L’Arma dei Carabinieri e i Vigili del Fuoco; il finanziamento per il restauro dello smeriglio fu reso possibile con una sponsorizzazione del Soroptmist Club di Gela.

 IL RELITTO “GELA II”

    Il relitto “Gela II” fu individuato a circa un chilometro dal primo “Gela I”, sempre nei fondali del mare di “Bulala”, da due subacquei, Francesco Biundo e Orazio Pirrone, nel lontano 1990; gli stessi consegnarono alla Soprintendenza alcuni frammenti ceramici, individuati a pochi metri di profondità tra un cumulo di pietre, che si rivelerà essere la zavorra dell’imbarcazione; in particolare il Biundo che avendo pure consegnato un elmo calcidese in bronzo ebbe poi un premio di alcune decine di milioni delle vecchie lire.

    Intanto nel 1995 una prima indagine subacquea sistematica individuò sul fondale la presenza di reperti lignei pertinenti ad uno scafo e furono recuperati numerosi reperti ceramici del carico che consentirono di datare l’età del secondo relitto alla fine del VI sec. a.C.

    Nel 2017, sempre dai fondali del mare di Gela, furono poi recuperati ancora dal sub locale Franco Cassarino, dalla Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera di Gela altri numerosi reperti come due elmi corinzi di bronzo e numerosi lingotti di oricalco (antica lega di rame e zinco, simile all'ottone), che furono esposti nelle vetrine del Museo archeologico, oltre a molte anfore e ancore litiche pertinenti ai relitti affondati nello specchio acqueo di fronte Bulala, a pochi metri di profondità. Le operazioni, di competenza della Soprintendenza del Mare in qualità di stazione appaltante, si svolsero con la collaborazione della Capitaneria di Porto di Gela e di Eni Rewind con gli archeologi Roberto La Rocca alla direzione dei lavori e Pietro Selvaggio responsabile unico del procedimento.

    Intanto, da quasi un anno, sono terminate le operazioni di recupero di questo secondo relitto di epoca greca; recupero diretto dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e realizzato dal raggruppamento di imprese Atlantis di Monreale di Palermo e Cosiam di Gela, che si sono aggiudicati i lavori per un importo di circa 500 mila euro a valere sul Patto per il Sud 2014-2020.

    …Il mare di Gela ha restituito in questi decenni tracce del passato di estrema importanza, che contribuiscono alla ricostruzione della sua storia…”, ha affermato durante la recente inaugurazione del museo dei relitti a Bosco Littorio l'assessore regionale ai Beni culturali e all'Identità siciliana Francesco Paolo Scarpinato; ed ancora “…il recupero di questo secondo relitto costituisce l’ulteriore occasione per il territorio gelese per continuare quel processo di sviluppo culturale e turistico che questa parte di Sicilia merita. Le due navi greche e i numerosi reperti recuperati in questi anni, potranno costituire un polo di attrazione culturale legato all’archeologia subacquea che Gela attende da troppi anni e che consentirà di coniugare le esigenze di tipo scientifico con quelle di tipo culturale”.

UNO RICERCATORE GIAPPONESE PERCORRE 10 MILA CHILOMETRI

PER VENIRE QUI A STUDIARE GLI ORICALCHI DI GELA

     Ritornando indietro nel tempo, alla scoperta dei primi 39 lingotti di oricalco rinvenuti e segnalati da Francesco Cassarino nei fondali del mare di Gela, il compianto Soprintendente del Mare Prof. Sebastiano Tusa dichiarò: “…Il rinvenimento di lingotti di oricalco nel mare di Gela apre prospettive di grande rilievo per la ricerca e lo studio delle antiche rotte di approvvigionamento di metalli nell’antichità mediterranea. Finora nulla del genere era stato rinvenuto nè a terra nè a mare. Si conosceva l’oricalco attraverso notizie testuali e pochi oggetti ornamentali. Inoltre si conferma la grande ricchezza e capacità produttiva artigianale della città di Gela in epoca arcaica come area di consumo di oggetti di pregio. L’oricalco era, infatti, per gli antichi un metallo prezioso proveniente verosimilmente dalla Grecia o dall’Asia Minore, presenti in un relitto che dovrebbe datarsi alla prima metà del VI secolo a.C. L’oricalco è un metallo simile al moderno ottone, noto come metallo prezioso per la sua somiglianza all’oro nell’antichità e comunque prodotto per cementificazione di rame e zinco principalmente, più piccole percentuali di Nichel, Piombo e Ferro…”.

    Al di là del mito di Atlantide, il carico degli oricalchi era probabilmente destinato al conio delle monete della colonia greca o utilizzato per alcune decorazioni; numerose testimonianze di numismatica attestano l’uso di questo metallo per la coniatura, dall’età classica fino alla tarda età imperiale romana.

    Nel “Crizia”, il dialogo incompiuto di Platone, si descrive la mitica isola di Atlantide, l’isola ideale, regalo degli Dei a Poseidone: “…l’isola sacra era decorata con dell’oricalco, oggi solo un nome, ma allora molto di più, estratto dalla terra in numerose parti dell’isola e, come l’oro, considerato il più prezioso metallo dagli uomini d’allora”; “…Il recinto di muro della cintura più esterna fu, poi rivestito, per tutta la sua lunghezza, di bronzo; quello interno di stagno e quello prospiciente all’acropoli di oricalco dai riflessi fiammeggianti”; scrive ancora Platone: “All’interno del tempio il soffitto era di avorio, curiosamente lavorato ovunque con oro e argento e oricalco…”.

    Ricerche successive condotte tra il 2014 e il 2017 nel mare di contrada “Bulala”, permisero di recuperare altri lingotti che portarono il loro numero complessivamente ad una ottantina come già detto sopra.

    La notizia degli oricalchi esposti nelle vetrine del Museo Archeologico di Gela allora fece il giro del mondo tant’è che nel marzo del 2018 lo scrivente fu contattato dal Prof. Riccardo Ricci, curatore dell’Armeria del Museo Stibbert di Firenze, per far venire a Gela uno studioso giapponese, il Prof. Nishiyama Yoichi, dell’Università per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali della città di Nara in Giappone, e far “toccare con mano” e studiare i preziosi oricalchi esposti nelle vetrine.

 IL RELITTO DELLA NAVE GRECA DI GELA

ESPOSTO PER LA PRIMA VOLTA NEI MUSEI DI SAN DOMENICO A FORLI’

     Nel 2020 una parte consistente del relitto della Nave Greca di Gela, alla presenza del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, per la prima volta fu esposta al pubblico in una mostra ai Musei San Domenico di Forlì, dal titolo “Ulisse. L’arte e il mito”; una mostra organizzata dalla Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune romagnolo e a cura di Fernando Mazzocca, Francesco Leone, Fabrizio Paolucci e Paola Refice.

    Durante l’inaugurazione di Forlì, accompagnato dalla soprintendente del Mare Valeria Li Vigni, dalla soprintendente dei Beni culturali di Caltanissetta Arch. Daniela Vullo e dal direttore del Parco archeologico di Gela Arch. Luigi Gattuso, il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci dichiarava: “…la cultura non ha confini, abbiamo dato una lezione; due regioni, una del nord e una del sud, governate da due coalizioni diverse, grazie a Ulisse si sono incontrate. Ognuna ha dato il proprio contributo, aprendo una strada che sarà percorsa anche nei mesi futuri. Sono tante le cose che vorremmo organizzare a Gela, che è la città dal cui mare abbiamo tirato fuori questa meraviglia e sono convinto che un simile rapporto di collaborazione possa continuare, anche altrove. E' una iniziativa di grande valore culturale per la quale siamo davvero felici d'aver potuto dare la nostra collaborazione. Sono convinto che riceveremo attenzione anche per le esposizioni che pensiamo di allestire in Sicilia, dove si è avviata una nuova stagione culturale, aperta anche a maggiori presenze turistiche. In una terra in cui la disoccupazione affligge, vogliamo mettere a profitto ciò di cui già disponiamo…”.   

 

IL RESTAURO, LE CARATTERISTICHE STRUTTURALI

E IL CARICO DELLA NAVE GRECA DI GELA

 

    Il Museo dei Relitti Greci di Bosco Littorio a Gela, costato alla Regione intorno ai 5 milioni di euro, è stato progettato dall'Arch. Ettore Di Mauro, autore anche della direzione dei lavori. Il progetto di allestimento è stato curato, dall'Arch. Filippo Ciancimino, mentre il Responsabile Unico del Procedimento (RUP) è stato l'Arch. Ennio Turco; per il coordinamento generale fu coinvolta la Soprintendente Arch. Daniela Vullo.

    L'edificio, con una superficie di 4.000 mq., presenta una copertura in legno che richiama la carena di una nave rovesciata. Il restauro del relitto della nave è stato effettuato a Portsmouth (Regno Unito) dalla Mary Rose Archeological Services, un'istituzione internazionale presieduta dal re Carlo d'Inghilterra. In questa sede i legni del relitto della nave sono stati sottoposti a un lungo processo di restauro utilizzando tecniche avanzate per il legno bagnato.

    Ad un primo consolidamento, il legno saturo d'acqua e in precedenza desalinizzato con acqua distillata, è stato sottoposto al trattamento biocida per eliminare i microrganismi ed evitare la degradazione; è seguita poi l’immersione in soluzioni di PEG (glicol polietilenico) a concentrazione crescente in modo da farlo penetrare lentamente e definitivamente nelle strutture microscopiche cellulari del legno per sostituirne l'acqua appunto con le molecole del polimero. In ultimo i legni del relitto sono stati sottoposti ad una lenta essiccazione controllata per liofilizzazione atta a garantire la solidificazione del PEG, in modo che lo stesso potesse fornire un congruo sostegno fisico.

    In merito alle caratteristiche strutturali della nave mercantile, che non si è conservata nella sua interezza, sono arrivati fino a noi la ruota di poppa (in legno di quercus ilex), il paramezzale con una scassa di 6 metri, 12 dei 17 madieri, una parte del fasciame in legno di pino e circa 7 tonnellate di pietrame di zavorra; le parti recuperate raggiungono una lunghezza massima di 15 metri e una larghezza massima di 4,30 metri; non è stata mai invece individuata la parte mancante della chiglia e parte della prua.

    La nave di Gela scoperta nel 1988 è l’imbarcazione greca integra più antica mai riportata alla luce fino ad ora ed è addirittura la terza più antica al mondo, dopo la nave fenicia di Calidonia e la “Barca Solare” del faraone Cheope.

 

IL MATERIALE DEL CARICO DELLE NAVI GRECHE PORTATO ALLA LUCE

 

    Del carico dei relitti rinvenuti nei fondali del mare di Gela, fanno parte 86 lingotti di oricalco, un cesto di vimini e un tripode in bronzo. Anche i lingotti di oricalco rappresentano una scoperta unica nel panorama archeologico mondiale, non solo perché non sono mai stati ritrovati materiali simili in altri contesti di scavo, ma anche perché i reperti finora conosciuti e forgiati con questa lega nell’antichità sono molto rari.

    L’imbarcazione trasportava quindi beni di pregio, fatto che permette di ipotizzare che il mercantile navigasse su brevi tratti della costa siciliana e della Magna Grecia, facendo numerosi scali intermedi.

    Nel 1988, anno della scoperta del relitto cosiddetto “Gela I”, i relitti arcaici greci conosciuti erano pochissimi; pertanto, ciò permise l’avvio delle prime ricerche nell’area. Una prima fase di scavo, dal 1989 fino al 1994, fu condotta con la metodologia in uso all’epoca, tramite reticolo mobile, costituito da riquadri di m 1,50 di lato; successivamente si impiegò il metodo delle coordinate cartesiane misurate da un asse fisso. Le ricerche si conclusero con la scoperta dell’intero paramezzale, di 12 madieri e di una parte di fasciame. La seconda fase di scavo, dal 2003 al 2008, prevedeva il recupero e il restauro dei legni per i quali era indispensabile una completa documentazione. Allo scopo era stato montato un reticolato di 8x13 quadrati, di m 1,50 per lato, che copriva un’area di m 12x19,50, e con 4 capisaldi esterni per la trilaterazione. In questa fase si ultimò lo scavo delle aree non indagate precedentemente e si recuperò totalmente lo scafo tramite lo smontaggio dei reperti lignei. Nel Luglio del 2008, con il recupero della porzione di chiglia e del dritto di poppa, si ultimarono le operazioni a mare e si spedì l’ultimo carico dei legni per il restauro al “Mary Rose Archaeological Services” di Portsmouth, in Gran Bretagna.

    Lo scavo condotto e diretto dal Dott. Nicola Bruno della Soprintendenza del Mare, ha appurato che l’imbarcazione giaceva sotto due strati: il primo era costituito da fango e sabbia, il secondo, che ricopriva interamente il relitto, da sabbia e frammenti di conchiglie di varia natura; seguiva poi un terzo strato di zavorra in pietra del peso di circa 7 tonnellate. La presenza di una cospicua zavorra ha fatto presupporre che la nave avesse già scaricato parte delle mercanzie in un porto precedente; in ogni caso, dal carico recuperato, si è potuta valutare la consistenza dei prodotti e ipotizzare la probabile rotta intrapresa dalla imbarcazione. In merito alla tecnica di costruzione si è rivelata quella cosiddetta a “guscio portante”, ovvero il metodo “shell first” cioè realizzando prima la parte esterna dello scafo, con il fasciame cucito con corde vegetali, oltre ai chiodi e alle caviglie.

    Lo studio della ceramica ha permesso di datare il carico e, di conseguenza, il periodo dell’affondamento della nave agli inizi del V secolo a.C. Oltre alle quattro piccole arule, di provenienza peloponnesiaca, fra i materiali ritenuti del corredo di bordo, si annoverano una statuetta fittile di divinità assisa, un braccino ligneo relativo ad una statuetta, uno zufolo fittile, una fibula d’argento a staffa lunga, materiale da pesca e altro.

    Per quanto riguarda invece il tripode bronzeo, citato fra i reperti consegnati dagli scopritori, gli studiosi hanno ritenuto che non sia da includere tra i materiali provenienti dal relitto della nave “Gela I”. Per quanto riguarda la rotta, le analisi delle pietre relative alla zavorra hanno fatto ipotizzare che la nave provenisse dalle coste della Sicilia orientale e che, in difficoltà per il maltempo, tentasse di raggiungere ugualmente il porto di destinazione, l’importante emporio di Gela, dove prodotti di fattura e provenienza diversa venivano depositati per lo scambio commerciale.

    Nel Luglio del 2014 tutti i reperti lignei della nave sono ritornati a Gela all’interno di casse lignee, custodite nella sala Sala Eschilo del Museo Archeologico Regionale dove due anni dopo, il 18 febbraio del 2016, fu realizzata un’esposizione temporanea al suo interno dal titolo “La Nave greca di Gela, Euploia”.       

    Ma adesso qui di seguito si descrivono sinteticamente alcuni importanti reperti del carico della nave.

    - Una oinochoe trilobata a figure nere con scena di Gigantomachia in cui la dea Athena atterra il gigante Encelado, una creatura mostruosa, metà uomo e metà bestia. Il mito riporta che assieme ad altri giganti, Encelado partecipò alla Gigantomachia, una battaglia tra Giganti e Dei dell'Olimpo. Durante la battaglia Encelado vistosi sconfitto cercò di fuggire ma la dea Athena gli lanciò sopra l'isola di Sicilia, impedendogli di fuggire tant’è che l'attività vulcanica dell'Etna, secondo il mito, è originata dal respiro infuocato di Encelado, mentre i tremori della terra durante i terremoti, dal suo contorcersi sotto la montagna a causa delle ferite;

    - Chiodi;

    - Ancore litiche;

    - Ceramica di diversa tipologia e provenienza e di pregiata fattura consistente in una produzione attica a figure nere e a figure rosse; varia la casistica dei vasi a vernice nera e limitata la presenza di ceramica laconica e greco-orientale; di varia tipologia invece la ceramica di produzione coloniale, locale e di imitazione corinzia e ionica. Tre askòi attici a figure rosse del ceramista Epiktetos, attivo intorno al 490-480 a.C., con Il primo che riporta una scena di giovani banchettanti, il secondo che riporta due Sileni in libagione ed il terzo con un Sileno ed una Menade. Ed ancora due askoi, manufatti a vernice nera, del tipo a “ciambella” uno dei quali conservava, al momento del ritrovamento, un frammento del tappo di sughero, per impedire la fuoriuscita del liquido contenuto al suo interno;

    - Una lekythos ariballica;

    - Anfore chiote;

    - Otto capienti cestini di derrate alimentari intessuti in fibre vegetali ed internamente rivestiti di pece con manici in legno per facilitarne la presa;

    - Una fibula d’argento che ha permesso di individuare l’appartenenza sociale di alcuni membri dell’equipaggio, quest’ultima infatti doveva appartenere al comandante, probabilmente di elevato rango sociale;

    - Uno stilo utilizzato per scrivere su tavolette di legno incerate che suggerisce pure la presenza di un membro che aveva il compito di redigere il giornale di bordo.

    - Uno zufolo, una sorta di flauto, che potrebbe indicare la presenza di un flautista, possibilmente per scopi cerimoniali e religiosi;

    - Un tripode in bronzo, con i piedi a forma di zampa leonina;

    - Parecchie statuine votive;

    - Diversi oscilla;

    - I lingotti di oricalco. Essi hanno forme irregolari, spesso semi-cilindrica con un lato generalmente piatto, a volte saldate anche a coppie, con un peso e lunghezza diversa per ogni reperto. Da un minimo di 15 cm. e un peso di 254 grammi fino ad un massimo di 40 cm. e un peso di 1.340 grammi. Le analisi sui lingotti con il metodo di fluorescenza XRF hanno evidenziato che la lega di cui sono costituiti contiene mediamente il 75% di rame e il 15% di zinco oltre a minime tracce di piombo e nichel per il resto.

 L’INAUGURAZIONE DEL MUSEO DEI RELITTI GRECI

    Il Museo dei Relitti Greci a Bosco Littorio è stato inaugurato martedì 24 febbraio del 2026 dall’Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana Francesco Paolo Scarpinato e dal Sindaco Terenziano Di Stefano. Tra gli altri erano presenti alla cerimonia i senatori Ketty Damante e Pietro Lorefice, il deputato regionale Salvatore Scuvera, il soprintendente del Mare in Sicilia e direttore del Parco Archeologico di Gela Arch. Ennio Turco, la Soprintendente ai BB.CC.AA. di Caltanissetta Arch. Daniela Vullo, la Presidente del Consiglio Comunale Avv. Paola Giudice e l’Assessore al Turismo Romina Morselli. L’evento è stato sponsorizzato dalla CEO di “Casa Grazia”, storica azienda vinicola e olivicola di Gela.

    Il relitto della nave ricomposto è stato posizionato al centro della sala espositiva del Museo con una caratteristica messa in scena di un fondale marino; ai lati della stessa sala sono state realizzate delle vetrine dove sono esposti i reperti del carico della nave adeguatamente didascalizzati. Al piano superiore, inoltre, sono stati messi in fruizione dei visori a 3D per la realtà virtuale attraverso i quali il visitatore potrà “vivere alcune fasi del viaggio dell’imbarcazione”.

    Per l’avvenimento sono stati prodotti una cartolina commemorativa “Salpiamo una mare di storie” e un opuscolo di cui qui di seguito si riporta parte del testo dal titolo “La camera immersiva per rivivere il viaggio della nave”. “…Una sala del museo è stata realizzata con il sostegno di Eni Mediterranea Idrocarburi, in ottemperanza alle prescrizioni previste per lo sviluppo del progetto Argo Cassiopea. Una camera immersiva che ospita una video-narrazione multi-proiezione dedicata alla vita di bordo e al naufragio della Nave di Gela, raccontata attraverso i reperti recuperati…”. “L’intervento è stato progettato da “Studio Azzurro”, un collettivo storico di artisti attivo sin dal 1982, riconosciuto a livello nazionale ed internazionale come pioniere della video-arte italiana, con il supporto scientifico della “Fondazione Enrico Mattei…”.

CONSIDERAZIONI SULLE RICERCHE SUBACQUEE NEL MARE DI GELA

E SULLA IDEA DI REALIZZARE UN MUSEO DELLO SBARCO

     La consistenza di reperti archeologici presenti nei fondali del mare di Gela, a cui hanno dato un notevole contributo per il loro recupero la Guardia Costiera, la Guardia di Finanza, reparti specializzati dell’Arma dei Carabinieri e il sub locale Franco Cassarino, comporta la presenza e l’interessamento delle istituzioni, non solo di quelle competenti in materia. Ancora non si comprende appieno l’importanza di questi “giacimenti culturali” per il contributo precipuo che può dare al turismo, all’economia e all’occupazione giovanile. C'è bisogno di una compartecipazione e condivisione di scelte della Regione Siciliana, del Comune di Gela, della Soprintendenza del Mare e di quella di Caltanissetta assieme al Parco Archeologico gelese, per mettere in atto le attività connesse all'archeologia subacquea.

    E ciò relativamente non solo ai relitti delle navi greche, ma soprattutto alla ricerca e il recupero dei reperti bellici dello sbarco americano a Gela nel luglio del 1943 che si trovano nei fondali del suo mare; questa è un’altra miniera di reperti di archeologia militare, ancora per niente esplorata e  che si riferisce a diverse d’imbarcazioni da guerra affondate (che si sappia almeno sono in numero di tre), a materiale bellico vario, a zatteroni, a equipaggiamenti, ma anche a 27 aerei americani Dakota C-47che trasportavano paracadutisti, abbattuti per fuoco amico la notte dell’11 luglio durante lo Sbarco Alleato, che a quanto sembra giacciono ancora sommersi e che, se recuperati, darebbero una svolta alla realizzazione del tanto agognato Museo dello Sbarco a Gela.

    Nell'area egiziana di Abukir, si trovava la città di Canopo (Thonis), importante centro commerciale egiziano sul Mediterraneo. In un periodo compreso fra il IV e il II secolo a.C., l'acqua e la sabbia avevano già inghiottito questo antico porto faraonico del quale s'era persa l'ubicazione. Nel 2000 con l’ausilio di moderne tecnologie, incluse le onde magnetiche, è stata mappata l’intera area sommersa con l’individuazione della città faraonica antica congelata nel tempo.

    Ci si chiede perché non si fa la stessa cosa per i fondali del mare di Gela? Anche perché è corsa voce che si vuole realizzare un Museo dello Sbarco, ma con quali reperti non si sa. Non si può richiamare in vita il compianto Prof. Sebastiano Tusa (a cui bisognerebbe dedicare il Museo dei relitti delle Navi di Bosco Littorio e di cui il 10 marzo è ricorso, purtroppo quasi silenziosamente, il settimo anniversario dalla sua tragica scomparsa), che già nel novembre del 2018 aveva creato le condizioni prima per una mappatura del fondale di Bulala e poi a seguire quella del Golfo del mare di Gela.

    Ultima considerazione: sarebbe opportuno e necessario che chi di dovere ricalchi le “orme” lasciate dal suo predecessore!!

 

 

IN RICORDO DI MONS. GIOACCHINO FEDERICO

PARROCO DELLA CHIESA MADRE DI GELA

 

    La sera del 30 novembre del 1982 lasciava la vita terrena Mons. Gioacchino Federico (1908-1982), Parroco della chiesa Madre di Gela. Attento osservatore dei fatti sociali di Gela e non solo, Mons. Federico svolse la sua funzione pastorale con impegno e religiosità, tant’è che è annoverato tra le figure storiche del clero gelese del XX secolo.

    Dopo avere svolto gli studi al Liceo classico “Eschilo” di Gela, intraprese ancora giovane la via del seminario trasferendosi a Piazza Armerina dove completò gli studi teologici; visse per molti anni in quell’Istituto religioso dove si distinse fra i seminaristi per il suo impegno culturale e teologico. Si formò sotto la guida del vescovo Mons. Mario Sturzo (1861-1941, fratello del più noto Don Luigi Sturzo), influente vescovo di Piazza Armerina dal 1903 al 1941 e figura nota per la sua sintesi tra spiritualità e impegno sociale, il quale promosse casse rurali, scuole cattoliche e la Congregazione degli Oblati di Mariagrande; maestro che lasciò un’impronta decisiva nella formazione culturale, sociale e politica del giovane seminarista Federico, il quale dopo avere ricoperto l’incarico di Segretario del Vescovo per alcuni anni, dopo la sua consacrazione a sacerdote venne nominato rettore del Seminario di Piazza Armerina per la formazione dei giovani sacerdoti.

    Dopo la scomparsa nel 1952 del parroco della Chiesa Madre Antonino Li Destri, Mons. Federico fu mandato a Gela per sostituirlo; qui, con il concorso economico popolare, come prima azione importante intraprese il restauro dell’edificio da tempo malandato in diverse sue parti, un’onerosa opera di restauro della chiesa dalle fondamenta alla cupola. Successivamente fu eletto Vicario Generale della Diocesi e fino al 1955 fu docente di materie letterarie, filosofia e teologia dogmatica, oltre a insegnare all'Istituto teologico “Mario Sturzo” dove ebbe anche la docenza di Sacra Scrittura con il riconoscimento dell'Università Lateranense.

    Mons. Gioacchino Federico è ricordato anche per il suo ruolo attivo nella vita cittadina nel secondo dopoguerra. Durante il suo ufficio il 19 settembre 1954 venne incoronata l’effige bizantina della Madonna dell’Alemanna, Patrona di Gela, dal Cardinale Clemente Micara su decreto del 30 luglio dello stesso anno del Capitolo Vaticano.

    Per dare poi contezza, non solo ai fedeli, della storia della chiesa a partire dalla sua edificazione, nel 1976 ebbe l’idea di redigere un testo che pose su una lapide all’interno della stessa chiesa. Durante il suo parrocato, Mons. Federico venne insignito di diverse onorificenze; nel 1961 quella di “Prelato Domestico” da parte di Papa Giovanni XXIII e, successivamente nel 1979, l’altra di “Protonotario Apostolico” di Papa Giovanni Paolo II.

    Negli anni Sessanta dopo avere ricevuto un’aggressione da un disoccupato, si rese protagonista, suo malgrado, di un fatto che coinvolse l’opinione pubblica in merito al suo diniego del funerale religioso al socialista Giuseppe Navarra, evidenziando peraltro il clima di forte contrapposizione politica e ideologica dell'epoca. Infatti, nel 1961, in occasione dei funerali del Cav. Peppino Navarra, allora segretario politico del Partito Socialista Italiano, si rifiutò di fare entrare la salma in chiesa per le onoranze funebri, giustificando il suo operato in relazione alle categoriche disposizioni ricevute da parte della Curia.

    Il trasporto della salma avvenne in un’atmosfera carica di tensione con la gente che manifestava il suo dissenso verso il parroco dopo avere trovato chiuse le porte della Chiesa Madre. Però, grazie all’intervento del commissario di P.S. Dott. Savoia e del Prof. Vincenzo Giunta, furono placati gli animi della gente e dei socialisti in particolare che volevano sfondare le porte d’ingresso; le porte furono alfine aperte e la bara, seguita da numerosissime persone, entrò in chiesa per seguire una cerimonia che si svolse regolarmente con Mons. Federico che si limitò soltanto a dare la semplice benedizione del feretro.

    La sua vasta cultura ebbe spesso riscontro negli ambienti letterari dell'Isola, così come importanti furono i suoi lavori che, come testamento della sua preparazione e della sua nobile figura di religioso ci ha lasciato. Fu un sacerdote di elevate qualità culturali ma anche pastorali, sempre pronto verso i sofferenti, dove non risparmiò mai il suo conforto.

    Notevoli furono le sue esperienze letterarie ed i suoi saggi sul pensiero di Mons. Sturzo e su “Filosofia e Sociologia nella vita di Mario e Luigi Sturzo”. Alcuni mesi prima che la morte lo cogliesse nel pieno della sua attività pastorale, l'Archeoclub di Gela, di concerto con l'Amministrazione comunale, volle premiarlo, assegnandogli il Tetradramma d'argento, annoverandolo in tal modo tra i figli illustri di Gela.

    Delle sue opere ricordiamo: “La Diocesi di Piazza Armerina”; “Saggio sul pensiero di Mons. Sturzo”; “Filosofia e Sociologia nella vita di Mario e Luigi Sturzo”; “Gela Nuova”.

 

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