UOTIDIANO
La Sicilia
DISTRETTO GELESE
Aprile 2026
ARGOMENTI
NAVE GRECA AFFONDATA 25 SECOLI FA NEL MARE DI GELA
IN
RICORDO DI MONS. GIOACCHINO FEDERICO
PARROCO
DELLA CHIESA MADRE DI GELA
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DAL MARE AL MUSEO, LA NAVE DI GELA,
L’ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
L’ASSOCIAZIONE POSEIDON E UNA TESI DI LAUREA
Il 19 e il 20
maggio del 1990, il Comune di Gela assieme alla
Soprintendenza di Agrigento, all’AGIP GELA,
all’Azienda di Soggiorno e Turismo e al Banco di
Sicilia (con il patrocinio della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, dei Ministeri della
Pubblica Istruzione e dei Beni Culturali ed
Ambientali, e della Presidenza dell’Assemblea
Regionale Siciliana), organizzò nei locali del
Museo archeologico di Gela un convegno
internazionale “Dal Mare al Museo: la nave
arcaica di Gela e l’archeologia subacquea” a cui
oltre a degli specialisti archeologi
come Giovanni Di Stefano, Giuseppe Voza, Umberto
Spigo e Piero Gianfrotta, parteciparono illustri
luminari nazionali ed internazionali come
Patrice Pomey,
archeologo francese e uno dei padri
dell'archeologia subacquea del Mediterraneo,
Mensun Bound, celebre archeologo britannico
specializzato nello studio dei relitti e della
navigazione,
Daniel Drocourt, Accademico di Francia e
Francisca Pallares,
una delle figure più importanti dell'archeologia
ligure ed internazionale.
Inoltre, l’AGIP
spa, col responsabile delle relazioni esterne
dott. Rosario D’Agata, e il Comune di Gela l’11
dicembre 1995 fondarono l’”Associazione Poseidon”,
un’associazione culturale senza fini di lucro,
alla cui presidenza fu incaricato lo scrivente,
per la realizzazione di un modello 1:1 di nave
mercantile antica, con reali dimensioni di 21X6
metri, per brevi navigazioni dimostrative che fu
affidata al cantiere navale gelese “Marrali” con
un costo previsto di circa 900 milioni delle
vecchie lire e con la possibilità di trasportare
dai 30 ai 50 passeggeri. Però, dopo qualche anno
il progetto, forse di difficile realizzazione o
forse per mancanza di adeguato finanziamento, fu
abbandonato. Non sarebbe una cattiva idea farne
una riproposizione.
Nel 2010, su una
tesi di laurea in Architettura dell’allora
studentessa universitaria Elisa Schillaci presso
l'Università La Sapienza di Roma, con l'appoggio
del suo relatore, l'architetto romano Andrea
Grimaldi e l'architetto gelese Vincenzo
Castellana suo correlatore, fu pure ipotizzato
un museo per accogliere la nave (Munaar - Museo
della Nave Arcaica) da ubicare nella sede
dell’ex Ospizio Marino, allora abbandonato e
fatiscente, oggi sede del Centro di
Radioterapia.
SCOPERTA
DI ALTRI RELITTI DI NAVI
Come si diceva
prima, il ritrovamento fu eccezionale, in quanto
era la prima nave arcaica greca ad essere stata
scoperta nei fondali marini della Sicilia. Ma,
non si trattò né dell’unico, né dell’ultimo
relitto di nave; sempre in quest’area del
fondale del mare di Bulala, dagli anni Novanta
in poi furono fatti altri tre rinvenimenti, due
di epoca greca e uno medievale (di cui, grazie
al sub Franco Cassarino, è stato recuperato uno
smeriglio ovvero un piccolo cannone a
retrocarica che oggi fa parte del corredo nel
Museo archeologico di Gela) tant’è che il
compianto Prof. Sebastiano Tusa, allora
responsabile della Soprintendenza del Mare della
Regione Sicilia, affermò che presumibilmente
nell’attuale località Bulala si trovava lo scalo
marino dell’antica colonia dorica di Gela. Al
recupero dello smeriglio dai fondali
contribuirono oltre alla Soprintendenza del Mare
e alla Guardia Costiera anche la SDAI della
Marina Militare, la Polizia di Stato, L’Arma dei
Carabinieri e i Vigili del Fuoco; il
finanziamento per il restauro dello smeriglio fu
reso possibile con una sponsorizzazione del
Soroptmist Club di Gela.
Intanto nel 1995
una prima indagine subacquea sistematica
individuò sul fondale la presenza di reperti
lignei pertinenti ad uno scafo e furono
recuperati numerosi reperti ceramici del carico
che consentirono di datare l’età del secondo
relitto alla fine del VI sec. a.C.
Nel 2017, sempre
dai fondali del mare di Gela, furono poi
recuperati ancora dal sub locale Franco
Cassarino, dalla Guardia di Finanza e dalla
Guardia Costiera di Gela altri numerosi reperti
come due elmi corinzi di bronzo e numerosi
lingotti di oricalco (antica lega di rame e
zinco, simile all'ottone), che furono esposti
nelle vetrine del Museo archeologico, oltre a
molte anfore e ancore litiche pertinenti ai
relitti affondati nello specchio acqueo di
fronte Bulala, a pochi metri di profondità. Le
operazioni, di competenza della Soprintendenza
del Mare in qualità di stazione appaltante, si
svolsero con la collaborazione della Capitaneria
di Porto di Gela e di Eni Rewind con gli
archeologi Roberto La Rocca alla direzione dei
lavori e Pietro Selvaggio responsabile unico del
procedimento.
Intanto, da quasi
un anno, sono terminate le operazioni di
recupero di questo secondo relitto di epoca
greca; recupero diretto dalla Soprintendenza del
Mare della Regione Siciliana e realizzato dal
raggruppamento di imprese Atlantis di Monreale
di Palermo e Cosiam di Gela, che si sono
aggiudicati i lavori per un importo di circa 500
mila euro a valere sul Patto per il Sud
2014-2020.
“…Il mare di Gela
ha restituito in questi decenni tracce del
passato di estrema importanza, che
contribuiscono alla ricostruzione della sua
storia…”, ha affermato durante la recente
inaugurazione del museo dei relitti a Bosco
Littorio l'assessore regionale ai Beni culturali
e all'Identità siciliana Francesco Paolo
Scarpinato; ed ancora “…il recupero di questo
secondo relitto costituisce l’ulteriore
occasione per il territorio gelese per
continuare quel processo di sviluppo culturale e
turistico che questa parte di Sicilia merita. Le
due navi greche e i numerosi reperti recuperati
in questi anni, potranno costituire un polo di
attrazione culturale legato all’archeologia
subacquea che Gela attende da troppi anni e che
consentirà di coniugare le esigenze di tipo
scientifico con quelle di tipo culturale”.
UNO RICERCATORE GIAPPONESE PERCORRE 10 MILA
CHILOMETRI
PER VENIRE QUI A STUDIARE GLI ORICALCHI DI GELA
Al di là del mito
di Atlantide, il carico degli oricalchi era
probabilmente destinato al conio delle monete
della colonia greca o utilizzato per alcune
decorazioni; numerose testimonianze di
numismatica attestano l’uso di questo metallo
per la coniatura, dall’età classica fino alla
tarda età imperiale romana.
Nel “Crizia”, il
dialogo incompiuto di Platone, si descrive la
mitica isola di Atlantide, l’isola ideale,
regalo degli Dei a Poseidone: “…l’isola sacra
era decorata con dell’oricalco, oggi solo un
nome, ma allora molto di più, estratto dalla
terra in numerose parti dell’isola e, come
l’oro, considerato il più prezioso metallo dagli
uomini d’allora”; “…Il recinto di muro della
cintura più esterna fu, poi rivestito, per tutta
la sua lunghezza, di bronzo; quello interno di
stagno e quello prospiciente all’acropoli di
oricalco dai riflessi fiammeggianti”; scrive
ancora Platone: “All’interno del tempio il
soffitto era di avorio, curiosamente lavorato
ovunque con oro e argento e oricalco…”.
Ricerche
successive condotte tra il 2014 e il 2017 nel
mare di contrada “Bulala”, permisero di
recuperare altri lingotti che portarono il loro
numero complessivamente ad una ottantina come
già detto sopra.
La notizia degli
oricalchi esposti nelle vetrine del Museo
Archeologico di Gela allora fece il giro del
mondo tant’è che nel marzo del 2018 lo scrivente
fu contattato dal
Prof. Riccardo Ricci, curatore dell’Armeria del
Museo Stibbert di Firenze,
per far venire a Gela uno studioso giapponese,
il Prof.
Nishiyama Yoichi, dell’Università per la
Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali
della città di Nara in Giappone, e far “toccare
con mano” e studiare i preziosi oricalchi
esposti nelle vetrine.
ESPOSTO PER LA PRIMA VOLTA NEI MUSEI DI SAN
DOMENICO A FORLI’
Durante l’inaugurazione di Forlì,
accompagnato dalla soprintendente del Mare
Valeria Li Vigni, dalla soprintendente dei Beni
culturali di Caltanissetta Arch. Daniela Vullo e
dal direttore del Parco archeologico di Gela
Arch. Luigi Gattuso,
il Presidente della Regione Siciliana Nello
Musumeci dichiarava: “…la cultura non ha
confini, abbiamo dato una lezione; due regioni,
una del nord e una del sud, governate da due
coalizioni diverse, grazie a Ulisse si sono
incontrate. Ognuna ha dato il proprio
contributo, aprendo una strada che sarà percorsa
anche nei mesi futuri. Sono tante le cose che
vorremmo organizzare a Gela, che è la città dal
cui mare abbiamo tirato fuori questa meraviglia
e sono convinto che un simile rapporto di
collaborazione possa continuare, anche altrove.
E' una iniziativa di grande valore culturale per
la quale siamo davvero felici d'aver potuto dare
la nostra collaborazione. Sono convinto che
riceveremo attenzione anche per le esposizioni
che pensiamo di allestire in Sicilia, dove si è
avviata una nuova stagione culturale, aperta
anche a maggiori presenze turistiche. In una
terra in cui la disoccupazione affligge,
vogliamo mettere a profitto ciò di cui già
disponiamo…”.
IL RESTAURO, LE CARATTERISTICHE STRUTTURALI
E IL CARICO DELLA NAVE GRECA DI GELA
Il Museo dei
Relitti Greci di Bosco Littorio a Gela, costato
alla Regione intorno ai 5 milioni di euro, è
stato progettato dall'Arch. Ettore
Di Mauro,
autore anche della direzione dei lavori. Il
progetto di allestimento è stato curato,
dall'Arch. Filippo
Ciancimino,
mentre il Responsabile Unico del Procedimento
(RUP) è stato l'Arch. Ennio
Turco;
per il
coordinamento generale fu coinvolta la
Soprintendente
Arch. Daniela Vullo.
L'edificio, con una superficie di 4.000
mq., presenta una copertura in legno che
richiama la carena di una nave rovesciata.
Il
restauro del relitto della nave è stato
effettuato a Portsmouth
(Regno Unito) dalla Mary
Rose Archeological Services,
un'istituzione internazionale presieduta dal re
Carlo d'Inghilterra.
In questa sede i legni
del relitto della nave
sono stati sottoposti a un lungo processo di
restauro utilizzando tecniche avanzate per il
legno bagnato.
Ad un primo consolidamento, il legno saturo
d'acqua e in precedenza desalinizzato con acqua
distillata, è stato sottoposto al trattamento
biocida per eliminare i microrganismi ed evitare
la degradazione; è seguita poi l’immersione in
soluzioni di PEG (glicol polietilenico) a
concentrazione crescente in modo da farlo
penetrare lentamente e definitivamente nelle
strutture microscopiche cellulari del legno per
sostituirne l'acqua appunto
con le molecole del
polimero. In ultimo i legni del relitto sono
stati sottoposti ad una lenta essiccazione
controllata per liofilizzazione atta a garantire
la solidificazione del PEG, in modo che lo
stesso potesse fornire un congruo sostegno
fisico.
In merito alle
caratteristiche strutturali della nave
mercantile, che non si è conservata nella sua
interezza, sono arrivati fino a noi la ruota di
poppa (in legno di quercus ilex), il paramezzale
con una scassa di 6 metri, 12 dei 17 madieri,
una parte del
fasciame in legno di pino
e circa 7 tonnellate di pietrame di zavorra; le
parti recuperate raggiungono una lunghezza
massima di 15 metri e una larghezza massima di
4,30 metri; non è stata mai invece individuata
la parte mancante della chiglia e parte della
prua.
La nave di Gela
scoperta nel 1988 è l’imbarcazione greca integra
più antica mai riportata alla luce fino ad ora ed
è addirittura la terza
più antica al mondo,
dopo la nave fenicia di Calidonia e la “Barca
Solare” del faraone Cheope.
IL MATERIALE DEL CARICO DELLE NAVI GRECHE
PORTATO ALLA LUCE
Del carico dei
relitti rinvenuti nei fondali del mare di Gela,
fanno parte 86 lingotti di oricalco, un cesto di
vimini e un tripode in bronzo. Anche i lingotti
di oricalco rappresentano una scoperta unica nel
panorama archeologico mondiale, non solo perché
non sono mai stati ritrovati materiali simili in
altri contesti di scavo, ma anche perché i
reperti finora conosciuti e forgiati con questa
lega nell’antichità sono molto rari.
L’imbarcazione
trasportava quindi beni di pregio, fatto che
permette di ipotizzare che il mercantile
navigasse su brevi tratti della costa siciliana
e della Magna Grecia, facendo numerosi scali
intermedi.
Nel 1988, anno
della scoperta del relitto cosiddetto “Gela I”,
i relitti arcaici greci conosciuti erano
pochissimi; pertanto, ciò permise l’avvio delle
prime ricerche nell’area. Una prima fase di
scavo, dal 1989 fino al 1994, fu condotta con la
metodologia in uso all’epoca, tramite reticolo
mobile, costituito da riquadri di m 1,50 di
lato; successivamente si impiegò il metodo delle
coordinate cartesiane misurate da un asse fisso.
Le ricerche si conclusero con la scoperta
dell’intero paramezzale, di 12 madieri e di una
parte di fasciame. La seconda fase di scavo, dal
2003 al 2008, prevedeva il recupero e il
restauro dei legni per i quali era
indispensabile una completa documentazione. Allo
scopo era stato montato un reticolato di 8x13
quadrati, di m 1,50 per lato, che copriva
un’area di m 12x19,50, e con 4 capisaldi esterni
per la trilaterazione. In questa fase si ultimò
lo scavo delle aree non indagate precedentemente
e si recuperò totalmente lo scafo tramite lo
smontaggio dei reperti lignei. Nel Luglio del
2008, con il recupero della porzione di chiglia
e del dritto di poppa, si ultimarono le
operazioni a mare e si spedì l’ultimo carico dei
legni per il restauro al “Mary Rose
Archaeological Services” di Portsmouth, in Gran
Bretagna.
Lo scavo condotto
e diretto dal Dott. Nicola Bruno della
Soprintendenza del Mare, ha appurato che
l’imbarcazione giaceva sotto due strati: il
primo era costituito da fango e sabbia, il
secondo, che ricopriva interamente il relitto,
da sabbia e frammenti di conchiglie di varia
natura; seguiva poi un terzo strato di zavorra
in pietra del peso di circa 7 tonnellate. La
presenza di una cospicua zavorra ha fatto
presupporre che la nave avesse già scaricato
parte delle mercanzie in un porto precedente; in
ogni caso, dal carico recuperato, si è potuta
valutare la consistenza dei prodotti e
ipotizzare la probabile rotta intrapresa dalla
imbarcazione. In merito alla tecnica di
costruzione si è rivelata quella cosiddetta a
“guscio
portante”, ovvero il metodo “shell first” cioè
realizzando prima la parte esterna dello scafo,
con il fasciame cucito
con corde vegetali,
oltre ai chiodi e alle caviglie.
Lo studio della
ceramica ha permesso di datare il carico e, di
conseguenza, il periodo dell’affondamento della
nave agli inizi del V secolo a.C. Oltre alle
quattro piccole arule, di provenienza
peloponnesiaca, fra i materiali ritenuti del
corredo di bordo, si annoverano una statuetta
fittile di divinità assisa, un braccino ligneo
relativo ad una statuetta, uno zufolo fittile,
una fibula d’argento a staffa lunga, materiale
da pesca e altro.
Per quanto
riguarda invece il tripode bronzeo, citato fra i
reperti consegnati dagli scopritori, gli
studiosi hanno ritenuto che non sia da includere
tra i materiali provenienti dal relitto della
nave “Gela I”. Per quanto riguarda la rotta, le
analisi delle pietre relative alla zavorra hanno
fatto ipotizzare che la nave provenisse dalle
coste della Sicilia orientale e che, in
difficoltà per il maltempo, tentasse di
raggiungere ugualmente il porto di destinazione,
l’importante emporio di Gela, dove prodotti di
fattura e provenienza diversa venivano
depositati per lo scambio commerciale.
Nel Luglio del
2014 tutti i reperti lignei della nave sono
ritornati a Gela all’interno di casse lignee,
custodite nella sala Sala Eschilo del Museo
Archeologico Regionale dove due anni dopo, il 18
febbraio del 2016, fu realizzata un’esposizione
temporanea al suo interno dal titolo “La Nave
greca di Gela, Euploia”.
Ma adesso qui di seguito si descrivono
sinteticamente alcuni importanti reperti del
carico della nave.
-
Una oinochoe
trilobata a figure nere
con scena di Gigantomachia in cui la dea
Athena atterra il
gigante Encelado, una creatura mostruosa, metà
uomo e metà bestia. Il mito riporta che assieme
ad altri giganti, Encelado partecipò alla Gigantomachia,
una battaglia tra Giganti e Dei dell'Olimpo.
Durante la battaglia Encelado vistosi sconfitto
cercò di fuggire ma la dea Athena gli lanciò
sopra l'isola di Sicilia,
impedendogli di fuggire tant’è che l'attività
vulcanica dell'Etna,
secondo il mito, è originata dal respiro
infuocato di Encelado, mentre i tremori della
terra durante i terremoti, dal suo contorcersi
sotto la montagna a causa delle ferite;
- Chiodi;
- Ancore litiche;
- Ceramica di
diversa tipologia e provenienza e di pregiata
fattura consistente in una produzione attica a
figure nere e a figure rosse; varia la casistica
dei vasi a vernice nera e limitata la presenza
di ceramica laconica e greco-orientale; di varia
tipologia invece la ceramica di produzione
coloniale, locale e di imitazione corinzia e
ionica.
Tre
askòi attici
a figure rosse
del ceramista
Epiktetos, attivo
intorno al 490-480 a.C., con Il primo che
riporta una scena di giovani banchettanti, il
secondo che riporta due Sileni in libagione ed
il terzo con un Sileno ed una Menade.
Ed ancora
due askoi,
manufatti a vernice nera, del tipo a “ciambella”
uno dei quali conservava,
al momento del
ritrovamento, un frammento del tappo di sughero,
per impedire la fuoriuscita del liquido
contenuto al suo interno;
- Una
lekythos
ariballica;
- Anfore chiote;
- Otto capienti
cestini di derrate alimentari intessuti in fibre
vegetali ed internamente rivestiti di pece con
manici in legno per facilitarne la presa;
- Una fibula
d’argento che ha
permesso di individuare l’appartenenza sociale
di alcuni membri dell’equipaggio, quest’ultima
infatti doveva appartenere al comandante,
probabilmente di elevato rango sociale;
- Uno stilo
utilizzato per scrivere su tavolette
di legno incerate che
suggerisce pure la presenza di un membro che
aveva il compito di redigere il giornale
di bordo.
- Uno zufolo, una
sorta di flauto, che potrebbe indicare la
presenza di un flautista, possibilmente per
scopi cerimoniali e religiosi;
- Un tripode
in bronzo, con i piedi a forma di zampa leonina;
- Parecchie
statuine votive;
- Diversi oscilla;
- I lingotti di
oricalco. Essi hanno forme irregolari, spesso
semi-cilindrica con un lato generalmente piatto,
a volte saldate anche a coppie, con un peso e
lunghezza diversa per ogni reperto. Da un minimo
di 15 cm. e un peso di 254 grammi fino ad un
massimo di 40 cm. e un peso di 1.340 grammi. Le
analisi sui lingotti con il metodo di
fluorescenza XRF hanno evidenziato che la lega
di cui sono costituiti contiene mediamente il
75% di rame e il 15% di zinco oltre a minime
tracce di piombo e nichel per il resto.
Il Museo dei
Relitti Greci a Bosco Littorio è stato
inaugurato martedì 24 febbraio del 2026
dall’Assessore Regionale
dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana
Francesco Paolo Scarpinato e dal Sindaco
Terenziano Di Stefano.
Tra gli altri erano presenti alla cerimonia i
senatori Ketty Damante e Pietro Lorefice, il
deputato regionale Salvatore Scuvera, il
soprintendente del Mare in Sicilia e direttore
del Parco Archeologico di Gela Arch. Ennio
Turco, la Soprintendente ai BB.CC.AA. di
Caltanissetta Arch. Daniela Vullo, la Presidente
del Consiglio Comunale Avv. Paola Giudice e
l’Assessore al Turismo Romina Morselli. L’evento
è stato sponsorizzato dalla CEO di “Casa
Grazia”, storica azienda vinicola e olivicola di
Gela.
Il relitto della
nave ricomposto è stato posizionato al centro
della sala espositiva del Museo con una
caratteristica messa in scena di un fondale
marino; ai lati della stessa sala sono state
realizzate delle vetrine dove sono esposti i
reperti del carico della nave adeguatamente
didascalizzati. Al piano superiore, inoltre,
sono stati messi in fruizione
dei visori
a 3D per la realtà virtuale attraverso
i quali il visitatore potrà “vivere alcune fasi
del viaggio dell’imbarcazione”.
Per l’avvenimento
sono stati prodotti una cartolina commemorativa
“Salpiamo una mare di storie” e un opuscolo di
cui qui di seguito si riporta parte del testo
dal titolo “La camera immersiva per rivivere il
viaggio della nave”. “…Una sala del museo è
stata realizzata con il sostegno di Eni
Mediterranea Idrocarburi, in ottemperanza alle
prescrizioni previste per lo sviluppo del
progetto Argo Cassiopea. Una camera immersiva
che ospita una video-narrazione multi-proiezione
dedicata alla vita di bordo e al naufragio della
Nave di Gela, raccontata attraverso i reperti
recuperati…”. “L’intervento è stato progettato
da “Studio Azzurro”, un collettivo storico di
artisti attivo sin dal 1982, riconosciuto a
livello nazionale ed internazionale come
pioniere della video-arte italiana, con il
supporto scientifico della “Fondazione Enrico
Mattei…”.
CONSIDERAZIONI SULLE RICERCHE SUBACQUEE NEL MARE
DI GELA
E SULLA IDEA DI REALIZZARE UN MUSEO DELLO SBARCO
E ciò
relativamente non solo ai relitti delle navi
greche, ma soprattutto alla ricerca e il
recupero dei reperti bellici dello sbarco
americano a Gela nel luglio del 1943 che si
trovano nei fondali del suo mare; questa è
un’altra miniera di reperti di archeologia
militare, ancora per niente esplorata e
che si riferisce a
diverse d’imbarcazioni da guerra affondate (che
si sappia almeno sono in numero di tre), a
materiale bellico vario, a zatteroni, a
equipaggiamenti, ma anche a 27 aerei americani
Dakota C-47che trasportavano paracadutisti,
abbattuti per fuoco amico la notte dell’11
luglio durante lo Sbarco Alleato, che a quanto
sembra giacciono ancora sommersi e che, se
recuperati, darebbero una svolta alla
realizzazione del tanto agognato Museo dello
Sbarco a Gela.
Nell'area egiziana
di Abukir, si trovava la città di Canopo (Thonis),
importante centro commerciale egiziano sul
Mediterraneo. In un periodo compreso fra il IV e
il II secolo a.C., l'acqua e la sabbia avevano
già inghiottito questo antico porto faraonico
del quale s'era persa l'ubicazione. Nel 2000 con
l’ausilio di moderne tecnologie, incluse le onde
magnetiche, è stata mappata l’intera area
sommersa con l’individuazione della città
faraonica antica congelata nel tempo.
Ci si chiede
perché non si fa la stessa cosa per i fondali
del mare di Gela? Anche perché è corsa voce che
si vuole realizzare un Museo dello Sbarco, ma
con quali reperti non si sa. Non si può
richiamare in vita il compianto Prof. Sebastiano
Tusa (a cui bisognerebbe dedicare il Museo dei
relitti delle Navi di Bosco Littorio e di cui il
10 marzo è ricorso, purtroppo quasi
silenziosamente, il settimo anniversario dalla
sua tragica scomparsa), che già nel novembre del
2018 aveva creato le condizioni prima per una
mappatura del fondale di Bulala e poi a seguire
quella del Golfo del mare di Gela.
Ultima
considerazione: sarebbe opportuno e necessario
che chi di dovere ricalchi le “orme” lasciate
dal suo predecessore!!
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|
IN
RICORDO DI MONS. GIOACCHINO FEDERICO
PARROCO
DELLA CHIESA MADRE DI GELA
La sera del 30
novembre del 1982 lasciava la vita terrena Mons.
Gioacchino Federico (1908-1982), Parroco della
chiesa Madre di Gela. Attento osservatore dei
fatti sociali di Gela e non solo, Mons. Federico
svolse la sua funzione pastorale con impegno e
religiosità, tant’è che è annoverato tra le
figure storiche del clero gelese del XX secolo.
Dopo avere svolto
gli studi al Liceo classico “Eschilo” di Gela,
intraprese ancora giovane la via del seminario
trasferendosi a Piazza Armerina dove completò
gli studi teologici; visse per molti anni in
quell’Istituto religioso dove si distinse fra i
seminaristi per il suo impegno culturale e
teologico. Si formò sotto la guida del vescovo
Mons. Mario Sturzo
(1861-1941,
fratello del più noto Don Luigi Sturzo), influente
vescovo
di Piazza Armerina
dal 1903 al 1941 e figura
nota per la sua sintesi tra spiritualità e
impegno sociale,
il quale promosse casse rurali, scuole
cattoliche e la Congregazione degli Oblati di
Mariagrande;
maestro che lasciò un’impronta decisiva nella
formazione culturale, sociale e politica del
giovane seminarista Federico, il quale dopo
avere ricoperto l’incarico di Segretario del
Vescovo per alcuni anni, dopo la sua
consacrazione a sacerdote venne nominato rettore
del Seminario di Piazza Armerina per la
formazione dei giovani sacerdoti.
Dopo la scomparsa
nel 1952 del parroco della Chiesa Madre Antonino
Li Destri, Mons. Federico fu mandato a Gela per
sostituirlo; qui, con il concorso economico
popolare, come prima azione importante
intraprese il restauro dell’edificio da tempo
malandato in diverse sue parti, un’onerosa opera
di restauro della chiesa dalle fondamenta alla
cupola. Successivamente fu eletto Vicario
Generale della Diocesi e fino al 1955 fu docente
di materie letterarie, filosofia e teologia
dogmatica, oltre a insegnare all'Istituto
teologico “Mario Sturzo” dove ebbe anche la
docenza di Sacra Scrittura con il riconoscimento
dell'Università Lateranense.
Mons. Gioacchino
Federico
è ricordato anche per il suo ruolo attivo nella
vita cittadina nel secondo dopoguerra.
Durante il suo ufficio il 19 settembre 1954
venne incoronata l’effige bizantina della
Madonna dell’Alemanna, Patrona di Gela, dal
Cardinale Clemente Micara su decreto del 30
luglio dello stesso anno del Capitolo Vaticano.
Per dare poi
contezza, non solo ai fedeli, della storia della
chiesa a partire dalla sua edificazione, nel
1976 ebbe l’idea di redigere un testo che pose
su una lapide all’interno della stessa chiesa.
Durante il suo parrocato, Mons. Federico venne
insignito di diverse onorificenze; nel 1961
quella di “Prelato Domestico” da parte di Papa
Giovanni XXIII e, successivamente nel 1979,
l’altra di “Protonotario Apostolico” di Papa
Giovanni Paolo II.
Negli anni Sessanta
dopo avere ricevuto un’aggressione da un
disoccupato, si rese protagonista, suo malgrado,
di un fatto che coinvolse l’opinione pubblica in
merito
al suo diniego del funerale religioso al
socialista Giuseppe Navarra, evidenziando
peraltro il clima di forte contrapposizione
politica e ideologica dell'epoca.
Infatti, nel 1961, in occasione dei funerali del
Cav. Peppino Navarra, allora segretario politico
del Partito Socialista Italiano, si rifiutò di
fare entrare la salma in chiesa per le onoranze
funebri, giustificando il suo operato in
relazione alle categoriche disposizioni ricevute
da parte della Curia.
Il trasporto della
salma avvenne in un’atmosfera carica di tensione
con la gente che manifestava il suo dissenso
verso il parroco dopo avere trovato chiuse le
porte della Chiesa Madre. Però, grazie
all’intervento del commissario di P.S. Dott.
Savoia e del Prof. Vincenzo Giunta, furono
placati gli animi della gente e dei socialisti
in particolare che volevano sfondare le porte
d’ingresso; le porte furono alfine aperte e la
bara, seguita da numerosissime persone, entrò in
chiesa per seguire una cerimonia che si svolse
regolarmente con Mons. Federico che si limitò
soltanto a dare la semplice benedizione del
feretro.
La sua vasta
cultura ebbe spesso riscontro negli ambienti
letterari dell'Isola, così come importanti
furono i suoi lavori che, come testamento della
sua preparazione e della sua nobile figura di
religioso ci ha lasciato. Fu un sacerdote di
elevate qualità culturali ma anche pastorali,
sempre pronto verso i sofferenti, dove non
risparmiò mai il suo conforto.
Notevoli furono le
sue esperienze letterarie ed i suoi saggi sul
pensiero di Mons. Sturzo e su “Filosofia e
Sociologia nella vita di Mario e Luigi Sturzo”.
Alcuni mesi prima che la morte lo cogliesse nel
pieno della sua attività pastorale, l'Archeoclub
di Gela, di concerto con l'Amministrazione
comunale, volle premiarlo, assegnandogli il
Tetradramma d'argento, annoverandolo in tal modo
tra i figli illustri di Gela. Delle sue opere ricordiamo: “La Diocesi di Piazza Armerina”; “Saggio sul pensiero di Mons. Sturzo”; “Filosofia e Sociologia nella vita di Mario e Luigi Sturzo”; “Gela Nuova”. |