QUOTIDIANO
La Sicilia
DISTRETTO GELESE
Luglio 2026
ARGOMENTI
Torre di Manfria
Toponomastica a Gela
|
Cartolina di oggi
TORRE DI MANFRIA
Presentiamo al
lettore una cartolina realizzata nel 1991 dallo
scrivente, allora editore a tempo perso di
cartoline, con una foto della Torre di Manfria
scattata negli anni Ottanta. Si tratta di un
bene culturale che purtroppo si trova in uno
stato di grande precarietà, nonostante che
qualche anno fa è stata acquistata da un
imprenditore che fino ad oggi, che si sappia,
l’ha lasciata così come l’ha trovata.
Vorremmo porre all’attenzione dei lettori anche
il territorio di Manfria, una volta una delle
più belle e ridenti contrade di Gela, per
l`incredibile sfacelo edilizio residenziale e
toponomastico perpetrato ai suoi danni,
addirittura con le vie intitolate
all’orto-frutta tramite un dizionario di
Botanica. Ma scegliamo di scrivere solamente
della Torre ivi esistente per evitare …di farci
delle inimicizie e di impinguare ulteriormente
le cosiddette “liste nere” a cui è soggetto lo
scrivente come cultore di patrie memorie.
La Torre di Manfria,
progettata assieme ad altre torri costiere
durante il Viceregno in Sicilia di Don Juan De
Vega, è una struttura di avvistamento e difesa
che risale al 1500; fu iniziata infatti nel 1583
e completata nel 1615 su disegno dell’architetto
fiorentino Camillo Camilliani. I quattro “torrari”
che l’abitavano,
retribuiti dall’Università di Terranova (ovvero
dal Comune), provvedevano all’importante
funzione delle segnalazioni di invasioni
barbaresche dal mare
con fumi e fuochi (i fani) alle altre torri
vicine
(quella di Camarana ad est
nei pressi di
Santa Croce Camerina e l`altra di Falconara
Sicula ad ovest, integrata poi nello stesso
Castello di Falconara)
del circuito isolano con 218 torri fino a
raggiungere quei porti dove esistevano flotte
navali da guerra pronte a prendere il mare per
combattere il nemico pirata.
I fuochi di segnalazione della Torre erano
regolati secondo un codice utilizzato in tutte
le torri presenti nel circuito isolano; ad
esempio, il numero dei fuochi accesi
corrispondeva al numero delle navi nemiche,
quindi 10 fuochi indicavano 10 navi nemiche con
rotta di mezzogiorno; 3 fuochi variabili e un
fuoco fermo stavano per più di 10 (fino a 20)
navi nemiche sempre con rotta di mezzogiorno,
mentre 5 fuochi variabili e due fuochi fermi
segnalavano fino a 10 navi con rotta di
tramontana.
I segnali dei “torrari”
erano anche rivolti alle
popolazioni della costa in modo tale che
approntassero in tempo utile le necessarie
difese contro l'arrivo dei pirati; "mamma, li
turchi", espressione tipica di cui ancora rimane
il ricordo per la ferocia con cui tali pirati
barbareschi trattavano le popolazioni dei luoghi
costieri depredatì;
ma i segnali erano anche rivolti agli abitanti
della città e della campagna tramite altre torri
secondarie come quelle dell’Insegna, ubicata nei
pressi del Caricatore (da tempo completamente
sparita), del convento dei PP. Cappuccini e
della torre campanaria della Chiesa di Santa
Maria de’ Platea, oggi Chiesa Madre. Oltre ai
torrari erano pure pertinenza della città
diversi gruppi di guardie a cavallo che
vigilavano dal litorale di Manfria fino al fiume
Dirillo.
Con questo sistema
si vigilava maggiormente da aprile a ottobre,
poiché quello era "tempo di corsali", che
approfittavano della bella stagione in cui il
mare era praticabile con facilità e la gente era
occupata nelle attività agricole con i magazzini
traboccanti di raccolti.
Spesso anche
gli stessi “torrari”
provvedevano alla difesa della struttura, in
particolare con l`uso di archibugi, una bombarda
e
pezzi di artiglieria come il bastardo, la
colubrina, il moschetto, la spingarda (un
piccolo cannone lungo quasi tre metri che
lanciava palle di pietra del peso tra i 50 e i
75 chilogrammi), il falcone ed il falconetto, il
sagro e il mezzo sagro;
si utilizzavano allora anche dei liquidi
bollenti, quest`ultimi versati alla bisogna
dalle balconate e dalla caditoia, una piccola
finestra posta sopra l'unico accesso alla stessa
torre.
La
Torre di Manfria è a pianta quadrata, con
basamento fortemente scarpato, che misura circa
12,5 metri per lato e all’incirca 15 metri di
altezza;
il pianoterra, privo di aperture, ospita la
cisterna, un tempo riempita con acqua piovana
convogliata dalla terrazza tramite tubazione di
creta incassata nel muro.
L’accesso
alla torre avveniva dal primo piano con una
scala di legno o una corda
retrattili prima che
nel 1805 fosse costruita una scala in muratura a
due rampe, con l’aggiunta di un ultimo piano al
posto della terrazza.
Il
primo piano, con volta a botte, della torre è
composto da un unico ambiente a pianta quadrata
dove si svolgeva gran parte della vita della
guarnigione. Sempre
al primo piano vi sono due finestre sui lati del
mare e diverse finiture di funzionalità minore,
come le nicchie per le provviste e per gli
effetti d’uso dei “torrari”; i rincassi per
deposito delle polveri, che era essenziale
fossero “poste all’asciutto”; ed ancora il
capace camino a carbone, ad uso misto, per la
cottura dei cibi e per il riscaldamento.
Infine, ricavata nello spessore dei muri
e articolata in due rampe, la scala di accesso
alla terrazza dove sui lati di sud-est e
nord-ovest esistono ancora due spalti aggettanti
su mensole in tufo elegantemente sagomato,
utilizzate allora per contrastare con armi da
fuoco od altro gli eventuali assalitori.
Sulla terrazza della Torre di Manfria esistevano
anche due cannoni.
Oltre alle armi, i
torrari disponevano di fascine di legna o di
stoppie che accese servivano alle segnalazioni
notturne, di specchi e di vecchie gòmene che
venivano accese durante il giorno per segnalare
con il fumo l'eventuale avvicinarsi di navi
nemiche, il tutto sempre con un sistema di
segnalazione codificato.
Un altro
interessantissimo strumento in dotazione ai
torrari era la "brogna" una comunissima
conchiglia di grosse dimensione che con il suo
suono serviva ad avvisare le genti nei pressi
della torre dell'approssimarsi di un legno
nemico.
La soprintendenza
della Torre di Manfria era affidata a tale don
Mariano Carpinteri e Gravina, di Terranova e
dipendeva dalla Deputazione del Regno e
dall’Università di Heraclea-Terranova. Alcune
delle torri di maggiore importanza, per la
dimensione e il posto dove erano costruite,
venivano dotate anche di cannocchiali.
Le incursioni
barbaresche, autentico “flagello di Dio”, che in
passato avevano battuto le nostre coste,
andarono cessando nei primi decenni del nuovo
secolo e solo per poco ancora la Torre di
Manfria continuò ad esercitare la propria
funzione d’avviso con l’accensione di fuochi,
soppiantati già dai primi anni dell’Ottocento
dalle segnalazioni telegrafiche. La grande paura
dei “corsali” sarebbe durata sino al 1830,
quando la conquista francese di Algeri pose fine
alla pirateria nel Mediterraneo.
Durante la seconda
guerra mondiale la Torre fu inserita nella
difesa costiera diventando un avamposto del
Regio Esercito Italiano.
Nel 1962 la Torre
fu sottoposta a vincolo paesaggistico dalla
Soprintendenza ai Beni Monumentali della
Regione, ai sensi della legge n. 1089 del 1939.
Nel 1990 il Comune di Gela, con una spesa di
circa 80 milioni di lire, fece realizzare un
impianto di illuminazione esterno alla stessa
Torre, con otto nicchie di pietra bianca
ragusana contenenti altrettante potenti lampade
a vapori di sodio, che la rese visibile di notte
in tutta la sua possente maestosità a decine e
decine di chilometri di distanza;
l'illuminazione, però, durò meno di un anno,
infatti, le lampade, le pesanti nicchie di
pietra che li supportavano e lo stesso impianto
elettrico furono soggetti ad una feroce azione
vandalica e ad una ruberia organizzata tant’è
che di essi da tempo non esiste più niente se
non qualche nicchia scaraventata nel sottostante
declivio. L’azione vandalica è poi continuata
anche a danno della stessa struttura fino a
quando è stato fatto sparire quasi tutto il
secondo piano con relativa capriata lignea
ottocentesca a falde assieme alle tegole che la
coprivano, a parte la deturpazione con delle
scritte sui muri dentro e fuori della stessa
torre. Addirittura nel 2015 fu persino asportato
e rubato un solido cancelletto in ferro
dell’ingresso alla stessa torre.
La torre di Manfria,
assieme al circostante terreno, è proprietà
privata, ma nonostante ciò i proprietari non si
sono mai interessati, se non ultimamente, a
recintare e mettere il monumento in sicurezza
contro i vandali e i ladri occasionali. Però,
risulta indecoroso il fatto che né il Comune di
Gela, né la Soprintendenza di Caltanissetta e
nemmeno la Regione si siano mai curati di
procedere all’esproprio della torre per pubblica
utilità.
Nel maggio del 2016
la Torre, nell’ottica di sensibilizzare quanta
più gente possibile alla sua salvaguardia, è
stata oggetto di una “visita popolare” nel
programma “Gela segreta” organizzato
dall’Associazione “Archeoclub d’Italia”.
Da diverso tempo la
Torre di Manfria, nata sicuramente demaniale ma
da tempo chissà perché di proprietà privata, per
evitare il suo continuo degrado, necessita per
“sopravvivere” di urgenti lavori irrimandabili
di restauro così da lasciare ai posteri un
importante vestigio, testimonianza di lontane
drammatiche vicende della nostra storia
secolare; diversamente tale antica struttura si
aggiungerà alla già lunga lista di beni
culturali di Gela spariti nell’indifferenza e
nell’ignoranza.
Sul retro della cartolina si
legge:
“Gela Torre di Manfria (XVI
sec.) - Ediz. Nuccio Mulè - Gela
1991”; e, inoltre, “GELA E’…
archeologia, mare, sole,
spiagge, storia, chiese, museo,
monumenti, arte, cultura,
tradizioni, GELA E’ TURISMO”.
LA TOPONOMASTICA A GELA
E finalmente dopo
diversi decenni di denunce dello scrivente sui
toponimi “guasti” della città qualcosa si muove;
ci riferiamo alla mozione consiliare del
pentastellato Giorrannello che chiede
all’Amministrazione di avviare una verifica
generale per correggere gli errori presenti
nella toponomastica cittadina e nello stesso
tempo controllare le denominazioni delle vie
dedicate a figure storiche, mitologiche,
letterarie e scientifiche. Pertanto e purtroppo,
la disattenzione e il mancato controllo nella
denominazione di strade, piazze e vicoli ha
generato nel tempo toponimi scorretti e
incongruenti che allontanano la città dal suo
contesto storico-culturale e conseguenzialmente
la perdita di brani della memoria storica
locale.
E’ una tematica
questa in cui si è cercato per decenni di
coinvolgere amministrazioni, dirigenti e
funzionari del Comune di Gela senza mai riuscire
a far cambiare nemmeno una denominazione anche
se, ad onor del vero, diverse decine di proposte
di denominazioni, anche quelle avanzate nel 2019
dallo scrivente, sono andate in porto grazie a
diverse commissioni di toponomastica e alla
Prefettura che ne ha avallato l’operato; per le
ultime denominazioni ci riferiamo alle vie Ff a
nord del quartiere Cantina Sociale e di Via
Venezia, che ad esempio, su proposta dello
scrivente, sono state intitolate al Prof. Nunzio
Vicino (ex Ff 17), al Prof. Nicolò Di Fede (ex
Ff 18), al Ten. Francesco Caponetti (ex Ff 4),
al Ten. Luigi Casciana (ex Ff 14), al
Bersagliere Giacomo Li Sacchi (ex Ff 2), ecc.
Purtroppo, il poco
razionale criterio nella denominazione o
ridenominazione delle vie, negli anni passati e
in quelli più recenti a Gela, ha creato
situazioni spesso ridicole e talmente grottesche
da alienare vie e quartieri dal contesto
storico-culturale della città. Ci riferiamo, ad
esempio,
alla
Via Ex Giudicato e
alla
Via Delle Signore
che sono state rispettivamente rinominate
impropriamente
Via Aretusa e
Via Rossini.
Addirittura, vi sono situazioni in cui la nuova
targa ufficiale della via convive, o conviveva,
ancora con quella del vecchio nome come ad
esempio quelle riportanti
Via Spirone e Via
Pisa,
Via Delle Signore e
Via Rossini, Via Polizza Vecchia e Via Cadorna,
Via Don Ascanio e Via Diaz, ecc. Ma ciò ha
consentito la conoscenza delle denominazioni
delle vie in antico che si erano perdute col
tempo.
Ritornando a Via
Aretusa, che sostituì nel 1966 il toponimo Ex
Giudicato in quanto dava fastidio a qualche
abitante della stessa via, bisogna dire che ciò
accadde perché si pensava, a torto, che in tale
via transitassero i carcerati che erano portati
nel vicino carcere mandamentale, ubicato tempo
fa dietro le “Scuole Rosse” di Santa Maria di
Gesù; disconoscendo il fatto che la
denominazione di Ex Giudicato si riferiva non ai
carcerati o agli ex giudicati ma al Palazzo
Municipale (il Giudicato del Circondario di
Terranova che comprendeva i comuni di Butera,
Niscemi, Mazzarino e Riesi); palazzo municipale
che, prima della confisca dei beni religiosi del
1866 da parte del Regno d’Italia, era ubicato su
tale via che allora, quindi era denominata Via
Giudicato. Quando poi il Municipio fu trasferito
nell’ex Convento dei PP. Conventuali di San
Francesco d’Assisi (stesso luogo dove si trova
l’attuale Municipio), la strada correttamente
cambiò denominazione in Via Ex Giudicato.
Appunto!!
Nel 1990 il
dipendente comunale e compianto amico Nenè
Caiola, coinvolse lo scrivente per definire una
serie di denominazioni da dare alle vie di
Manfria; accolta la richiesta e dopo un faticoso
lavoro di ricerca, lo scrivente fornì tempo dopo
al suddetto funzionario una lista di circa 60
denominazioni, tutte legate e riferite
storicamente alla frazione di Manfria. Anche se
poi si dimostrò un lavoro di ricerca inutile, in
quanto per denominare le vie di Manfria fu
utilizzato, da una non meglio identificata
commissione di toponomastica, un prontuario di
Botanica, dando così origine ad una ridicola
passerella di denominazioni da “verdumaio”. E
delle 60 denominazione fornite allora dallo
scrivente? Semplice, quando si dice che non si
butta niente; furono utilizzate impropriamente
in altre zone di Gela come se niente fosse,
…tanto tutto fa brodo.
Per quanto riguarda
la via nei pressi dell’ufficio postale “Gela
centro”, dedicata al tiranno siracusano Agatocle
che nel 310 a.C. si rese responsabile
dell’uccisione di quattromila conterranei, è
meglio non fare commenti, non ne vale la pena.
Ma al di là di Agatocle come si dovrebbero
commentare le denominazioni errate di diverse
vie di cui diamo une esempio: Eutimo al posto
dell’ecista di Gela Entimo, Piastillo al posto
di Pistilo ecista di Agrigento, A. Petronio con
la A puntata come se fosse un nome al posto
dell’appellativo di Arbiter, Archistrato al
posto di Archestrato, Bacetilide al posto di
Bacchilide, R. Bettini al posto di Bettino
Ricasoli uno dei fondatori dell’Unità d’Italia,
Fazzello con due zeta al posto di una, Juvara
con una erre al posto di due; per non parlare
della numerosissime vie di cui è riportato solo
il cognome tipo Via Bill, Via Bombelli, Via
Tartini, Via Tosti, Via Caruso, Largo Torelli,
Via Bacone, Via F. Bandiera, Piazza M. della
Libertà ecc.
Infine, a chiusura
di questa per niente edificante parentesi sui
toponimi, dal momento che a Gela esistono tre
vie con la denominazione di Guttadauro, si vuole
conoscere (si chiede venia per l’ignoranza) a
quali personaggi corrispondono; due sono
conosciuti, uno infatti è riferito alla Medaglia
d’Oro Emanuele e si trova al Villaggio Aldisio;
il secondo è quello del Dott. Nunzio, ex sindaco
della città di Gela, nella zona a nord dell’ex
Cantina Sociale; nel ribadire, pertanto, le
scuse per l’ignoranza ci si chiede: e il terzo
Guttadauro? |