QUOTIDIANO


La Sicilia


DISTRETTO GELESE

Ottobre 2020



 

APPALTO PER LA VENDITA DEL GHIACCIO E DELLA NEVE

NEGLI ANNI VENTI A GELA

 

    Viaggiando tra le scartoffie dell’ormai quasi ingestibile archivio casalingo si è ritrovato un contratto d’appalto del 1920 tra il Comune di Terranova di Sicilia e tale Pane Emanuele, che poi era nonno materno dello scrivente, allora proprietario del “Caffè Italia” ubicato all’angolo del palazzo prospiciente la palma sul Corso, nel cuore del centro storico. Però, la stesura di questo testo, relativo ad un appalto proprio del nonno, non avrebbe motivo di essere se non fosse per la peculiarità dell’argomento trattato. Che si va subito a descrivere dopo averne inserito il titolo: “Appalto per la vendita del ghiaccio e della neve”.

    Tralasciando quanto si può trovare di prassi in un appalto e prima di trattare l’argomento in oggetto riporto alcuni dati dello stesso: “L’anno millenovecentoventi il giorno trentuno del mese di gennaio in una delle sale del palazzo di città di Terranova di Sicilia, innanzi me Vincenzo Aliotta Iacona Segretario del Comune di Terranova, in presenza degli infrascritti testimoni, aventi le qualità volute dalla legge, si sono personalmente costituiti: da una parte il Sig. Cavaliere Farmacista Salvatore Solito fu Prof. Giuseppe, Sindaco del Comune suddetto e dall’altra parte Pane Emanuele fu Giacomo, industrioso, nato, domiciliato e residente in questo capoluogo…”. Dal contratto adesso enucleiamo alcune delle caratteristiche più salienti: l’appalto per la vendita della neve e del ghiaccio aveva la durata di un anno e tali prodotti essendo destinati all’uso alimentare dovevano essere di prima qualità, senza corpi estranei; l’appaltatore aveva l’obbligo di vendere neve e ghiaccio a tutte le ore del giorno e della notte, senza distinzione di persone sane o ammalate, inoltre, il locale per la vendita di tali prodotti doveva essere ubicato in un punto centrale e di facile accesso a tutti i cittadini; infine, “…prima di esporre in vendita la neve ed il ghiaccio lo appaltatore ha l’obbligo di farne accertare la buona qualità dall’ufficiale sanitario, ed in mancanza da un medico condotto da destinarsi…”.

    Dopo questa premessa vediamo di comprendere nei particolari l’argomento della vendita della neve e del ghiaccio con un po’ di storia e di come si arrivava alla loro produzione che, lo scriviamo subito, non comportava nessun mezzo tecnico di refrigerazione se non quello del prelevare la neve, depositarla nei cosiddetti “nevieri”, e, dopo un apposito trattamento, trasportarla opportunamente a destinazione. A quanto ci è dato sapere, in Occidente si comincia a parlare di neve legata alle bevande fresche già a partire dal secolo XI oltre al fatto che tempo fa la Sicilia era tra i primi produttori di ghiaccio in Europa.

    Quindi il primo passo per il reperimento di tale prodotto era quello di individuare i luoghi naturali ad una determinata altitudine, in genere intorno ai 2000 metri, dove la neve era costantemente presente; in Sicilia i nevai, oltre alle montagne dell’Etna e a quelle delle Madonie erano presenti anche nelle zone degli Iblei vicine a Buccheri e Palazzolo, certamente di minore importanza e relativamente al solo periodo invernale.

    La neve, prelevata in natura con particolari sistemi di raccolta dai cosiddetti “nivaroli”, era conservata in adeguate cavità naturali, le cosiddette neviere, che erano ricavate appositamente in prossimità degli stessi luoghi del prelievo, dove veniva compattata, solidificata e ricoperta con strati di paglia per evitarne il discioglimento. Il compattamento della neve, era prodotto dai cosiddetti “battitura”, che per la bisogna calzavano degli speciali calzari di cuoio. Successivamente per l’estrazione dalle neviere entravano in gioco degli operai specialisti nell’incidere la neve-ghiaccio con adeguati arnesi fino a staccarne dei blocchi del peso anche di 50 chilogrammi così da poterla conservare in sacchi di lona il cui trasporto di regola avveniva a dorso di mulo e con carretti per approvvigionare i paesi richiedenti.

    Della neve, trasformata in ghiaccio, si fece largo uso nei secoli passati in particolare nel Seicento, quando serviva a ghiacciare acqua e sciroppi di menta, limone e arancio per placare le arsure estive. Da ciò poi derivò l’uso del sorbetto e del gelato.

    Le ultime consegne di neve, di cui si ha notizia, risalgono all'immediato dopoguerra; dopo, con la diffusione dei frigoriferi e delle macchine per la produzione del ghiaccio, il commercio della neve scomparve.

    L’unica reminiscenza di un’usanza, che rimane nelle persone più anziane a Gela, risale agli anni Cinquanta quando sul Corso e per le strade principali di Gela rintonava la voce “ghiacciu ghiacciu!!” di un tizio mentre spingeva una carretta, (“‘u carramattu”) con dentro un blocco di ghiaccio che raschiava con un’apposita pialla per fornire un formella dello stesso sminuzzato al prezzo di 5 lire e a cui spesso si aggiungeva l’essenza di menta o arancio con l’aggiunta di altre 5 lire; qualche lustro dopo fu soppiantato dallo “sciallottaro”, un venditore ambulante che con un carrettino a triciclo e baldacchino girava per la città vendendo granita e coni gelati. E oggi? Oggi vi sono diversi furgoncini con ritornello sonoro amplificato che girano per tutta la città a vendere granita e gelati.

Nuccio Mulè.

 

Il miraggio della musealizzazione del relitto della nave greca di Gela

 

    Alla luce dell’esposizione a Forlì di parte dei legni della nostra nave greca, ci si chiede se a Gela, prima dell’intervento “a gamba tesa” del Governatore, si sarebbe potuto fare la stessa cosa (si sottolinea senza assemblare gli stessi legni) come d’altro canto aveva proposto il compianto Prof. Sebastiano Tusa (e di concerto l’Amministrazione comunale) al convento delle ex Suore Benedettine di clausura con la cifra considerevole, si diceva due milioni di euro, messa a disposizione dall’ENI. In primis era stato lo stesso Tusa a proporre tale sito e, a parte la sua esperienza e la professionalità riconosciute a livello internazionale, per dirlo così espressamente e ufficialmente doveva avere delle buone ragioni, maggiormente nella qualità di assessore regionale.

    Adesso a ottobre o novembre, quando i legni della nave ritorneranno al nostro Museo, che cosa accadrà; sicuramente i legni saranno riposti nelle casse e si aspetterà il costruendo (ma ancora ad oggi nemmeno iniziato) Museo delle Navi (proprio delle navi, sì perché fino a questo momento ce ne sono altre due o addirittura tre in fondo al mare di Bulala).

    Quando tempo passerà? Chi può dirlo dal momento che a Gela, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, abbiamo un’infinità di molte brutte esperienze e in particolare quella per la realizzazione del Museo delle Navi di cui da tantissimo tempo si discute. Pensate che la scoperta del relitto risale al 1988, ben 32 anni fa, e ancora oggi non siamo nemmeno all’inizio della sua musealizzazione. E tutto ciò oltre ad essere vergognoso si può definire una vera e propria sconcezza dal momento che la media tra la scoperta di un relitto antico e la sua fruizione è di 10, al massimo 15 anni. Poi, in aggiunta a quanto scritto, ancora non si sa niente di chi andrà ad assemblare i legni della nave; infatti, ad oggi, se non si sbaglia, non esiste nemmeno un progetto a tale scopo. Certamente l’unicità del reperto per la sua fruizione anche internazionale è quella del montaggio di tutti i pezzi. E quanti soldini ci vorranno dal momento che necessariamente si richiederà una competenza molto qualificata per tale stesso assemblaggio.

    Forse, come spesso si dice col senno del dopo, sarebbe stato meglio realizzare la proposta del compianto Prof. Tusa, così, oltre all’esposizione dei legni della nave in anteprima a Gela, avremmo avuto un locale riattato e la possibilità di lavoro per le ditte imprenditrici e per le persone in cerca di occupazione. Sarebbero sembrati niente due milioni in questi particolari tempi di covid-19?

Nuccio Mulè

 

 

GELA CELEBRA IL CENTENARIO DELLA MORTE DI DANTE, PERO’, NEL 1921

    Non tutti sanno che in Italia da settembre scorso si sono costituiti dei comitati per organizzare in varie città il VII anniversario della morte di Dante Alighieri (avvenuta a Ravenna nella notte dal 13 al 14 settembre 1321), il padre della lingua italiana che con la Divina Commedia ha mostrato al mondo sapienza storica e conoscenza della cultura letteraria e astrologica. Addirittura il settimo centenario di Dante Alighieri è entrato nel programma di governo con il premier Giuseppe Conte che ha citato l’appuntamento del 2021 come fondamentale per valorizzare la lingua e la cultura italiana nel mondo; anche i musei del Bargello e l’Università di Firenze stanno lavorando alla realizzazione di due mostre dedicate alla ricostruzione del rapporto tra Dante e Firenze, città dove nacque intorno al 1265.

    A Ravenna, che ospita le spoglie mortali di Dante, il 5 settembre scorso il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha aperto le celebrazioni per il Sommo Poeta che sono continuate il 12 settembre u.s. con il tributo del maestro Riccardo Muti nella direzione di un concerto in suo onore. Le celebrazioni a Dante termineranno a settembre del prossimo anno, settimo centenario della sua morte.

    Quanto sopra scritto non è altro che una premessa per i lettori a dimostrazione che la città di Gela ricade tra quei paesi di un certo pregio culturale che hanno celebrato Dante Alighieri nell’anno della sua scomparsa, però, non ci riferiamo ad oggi (senza offesa, pensiamo di non esserne all’altezza), ma al 1921 come dimostra il testo di una lapide, dettata allora dal Vescovo della Diocesi Mons. Mario Sturzo, che si trova apposta sotto uno stemma dell’Ordine Religioso Francescano sulla parete nord della nostra chiesa di San Francesco d’Assisi, che così recita:

D.O.M.

L’ANNO DI CRISTO MCMXXI

FURONO QUI CELEBRATI

IL VII CENTENARIO DEL III ORDINE FRANCESCANO

E IL VI CENTENARIO DELLA MORTE DI DANTE

PERCHE’ L’AMORE ALLA POVERTA’

E LA FEDE IN DIO

NELLA VITA E NELL’ARTE

RICHIAMINO IL POPOLO A PENSIERI DI CIELO

IL CANONICO D. ANGELO DE CARO RETTORE

QUESTA MEMORIA POSE

    A quanto sembra, nulla si sa di queste celebrazioni, né le cronache storiche dei decenni trascorsi ne fanno riferimento, però, s’intuisce bene il contenuto di tale lapide in merito alle celebrazioni, in particolare quella di Dante. E non solo, si scrive anche di arte intesa come richiamo al popolo, quindi un valore culturale ineccepibile che contrasta purtroppo con la scarsità dello stesso di oggi.

    Così Gela, o meglio Terranova di Sicilia, nel 1921 celebra dante Alighieri e, pertanto, vogliamo immaginare una celebrazione autorevole in presenza del Vescovo e con un concorso di pubblico erudito presente nella nostra chiesa del Patrono d’Italia con una conferenza altrettanto erudita, il tutto sicuramente frutto di una consistenza culturale maturata nel tempo e retaggio di una civiltà millenaria che oggi sembra ormai sempre più scaduta e tristemente dimenticata. Sembra una cosa d’altri tempi.

    Appunto d’altri tempi(sic)!!

Nuccio Mulè

 

 

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