QUOTIDIANO
La Sicilia
DISTRETTO GELESE

Gennaio 2021

LA CARTOLINA DI OGGI


    Si può comprendere, anche se in misura ridotta, che nel dopoguerra gli ammini­stratori gelesi su indicazione della Prefettura di Caltanissetta, abbiano divelto nel 1953 il mo­numento alle medaglie d'oro Guccio­ne e Casciana che era stato realizzato durante il regime ed ubicato sul marciapiede di via Giacomo Navarra Bresmes, ad una decina di metri dal Municipio, di fronte via Pisa. Era in atto allora la defascistizza­zione e quindi bisognava dare un esempio del nuovo corso repubblicano, anche se il meno indicato e in ritardo di otto anni dalla fine della guerra. E ciò perchè nel monumento vi erano due fasci littori che si sarebbero potuti togliere lasciando il resto, ma si preferì “buttar via l'acqua sporca con il bambino dentro”. Però, non si capisce che cosa c'en­trassero questi due eroi terranovesi del monumento con il fascismo, dal momento che il Guccione (decorato di medaglia d’oro) immolò eroicamente la propria vita durante la Prima Guerra Mondiale, mentre il Casciana paradossalmente perse la vita a Trieste nel 1921 per difendere un gruppo di persone propriamente dall’azione degli squadristi del nascente regime. E’ scontato che allora per questione di propaganda si poteva fare questo ed altro.  

    Adesso, riferendoci alla cartolina di oggi, ritorniamo indietro al 1953 quando l’Amministrazione comunale stoltamente si rese responsabile to court del trasferìmento del busto marmoreo di re Umberto I, togliendolo dalla piazza omonima per portarlo alla Villa Garibal­di e sostituendolo con una statua bronzea di una donna con le sue rotondità tutte nude. Fatta passare poi arbitrariamente come Cerere, una divinità materna della terra e della fertilità, per il semplice fatto che l’autore, il bagherese Sivestre Cuffaro, avesse messo in mano una spiga di triticum turgidum, ovvero di grano, e peraltro senza sapere a quale città andasse a finire la stessa statua bronzea, dal momento che gli fu commissionata dalla Regione siciliana di allora. A parte il fatto che la dea nell'iconografia classica e stata, ed è, sempre rappresentata abbastanza vestita, una matrona severa e maestosa, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di frutta nell'altra. E questa statua bronzea totalmente nuda di Piazza Umberto I è ben lontana dal possedere tali caratteristiche se non appunto per la presenza di una sola spiga di grano (sic). In realtà esiste qualche immagine di un Cerere succinta, come ad esempio quella affrescata da Paolo Farinati, nella Villa Nichesola-Conforti di Valpolicella in provincia di Verona, col petto e la pancia scoperti ma con una corona di spighe sulla testa e accanto un canestro a forma di cornucopia colmo di frutta.

      Attualmente questa cartolina d’epoca, oggi alla nostra attenzione, è una delle più animate di Terranova di Sicilia in circolazione. L’illustrazione si riferisce all’inaugurazione del busto marmoreo in memoria di re Umberto I, avvenuta il 20 settembre del 1903, dopo tre anni dall'assassinio del monarca. Questo monumento, opera del­lo scultore palermitano Antonio Ugo, fu voluto e elargito da tutta la città e rappresentò il frutto di nobilissimi intendi verso Casa Savoia, che aveva fatto l'Italia, e l'intenso sentimento sabaudo che i Terranovesi nutrivano nel loro cuore memori di quel Risorgimento nazionale allora così vicino nello spazio e nel tempo, una consapevolezza dì amor patrio oggi purtroppo abbastanza desueta.

    La cartolina, che riporta sul margine laterale la didascalia dell’antica denominazione di piazza Duomo, è conosciuta tra i collezionisti come quella dello “sfregiato”, perché tra la moltitudine delle persone ne compare una (in primo piano a sinistra tra alcuni ragazzi) che sembra avere uno sfregio sulla guancia destra. Infine, si notino l’uso generalizzato di cappelli sulla testa delle persone, ragazzi compresi, e sulla facciata del Palazzo Rosso, alle spalle del monumento, le modanature settecentesche che furono eliminate probabilmente verso la fine degli anni Dieci in concomitanza dell’edificazione di un altro piano.

Nuccio Mulè

RICORDO DI ATTILIO GUGLIELMINO, IL FOTOGRAFO DI GELA




    Il 5 gennaio di ventun anni fa moriva il comm. Attìlio Guglielmino, fotografo di Gela, che con le sue fotografie ha lasciato un patrimonio documentale d’inestimabile valore che abbraccia quasi un cinquantennio di manifestazioni, eventi, personaggi, monumenti e paesaggi di Gela. Con lui se n’è andato un personaggio vero, un uomo di qualità umane e integrità morali eccezionali, un caro ed affettuoso gentiluomo cui lo scrivente si può vantare di essergli stato amico.

    Attilio Guglielmino è scomparso alla veneranda età di 90 anni di cui ben 85 trascorsi a Gela, infatti egli era originario della città di Modica dove nacque il 30 ottobre del 1910. Trasferitosi a Gela grazie al fatto che suo padre fu qui richiesto dalla scuola di musica della banda comunale, di cui fu poi vicedirettore, Guglielmino dopo aver compiuto gli studi superiori si appassionò all'arte della fotografia al punto tale da non continuarli più per mettere su, ancora giovanissimo, uno studio fotografico prima in via Giacomo Navarra Bresmes e poi definitivamente in via Ventura.

    La sua abilità ed il senso artistico spiccato, certamente derivati dal padre che era non solo fotografo, ma anche valente pittore, lo portarono subito a riscuotere notevoli consensi da parte di moltissimi gelesi, i quali sempre più frequentemente lo chiamavano per fotografare qualsiasi avvenimento; non solo matrimoni, battesimi, feste danzanti e altro, ma a volte anche funerali.

    La sua lunga attività di fotografo lo vide a contatto con ogni ceto sociale, dalla gente umile che, vestita a festa, andava a farsi una posa fotografica, alla gente aristocratica che spesso lo richiedeva fino a casa per foto di gruppo familiare. Guglielmino, uomo semplice e onesto, sempre di comportamento gentile e amabile, accontentava tutti al meglio ritraendoli con quella professionalità che oramai le era riconosciuta da tutta la città. Se fosse possibile riascoltare le sue parole su “come realizzare una fotografia” sicuramente si rimarrebbe affascinati della descrizione così come è successo allo scrivente quando tempo fa lo andò a trovare. Oggi le foto vengono stampate in meno si un'ora da una macchina, diceva, mentre prima era molto diverso; infatti, “…bisognava avere a disposizione una camera oscura, bisognava prepararsi lo sviluppo, un intruglio quasi di alchimia degli antichi farmacisti, sia per il negativo (che era una lastra di vetro emulsionata) che per il positivo, e poi ancora il fissaggio e infine la stampa che veniva sempre perfezionata dal magistrale ritocco di matita. Ma prima dello sviluppo bisognava farla la fotografia…” E, in quello stesso incontro, ancora altre disquisizioni sul tipo di macchina fotografica, sul tipo di pompetta per lo scatto e sulla posa che era la cosa più importante per fare un'ottima fotografia.

    Dagli anni Trenta in poi si può affermare che la maggior parte delle immagini di Gela e dei sui abitanti hanno avuto la firma di Attilio Guglielmino. Ma non solo Gela e gelesi nel mirino della sua reflex, anche personaggi di livello altissimo quali Enrico Mattei e Benito Mussolini (venuto qui il 14 agosto del '37), fotografato tra l'altro quando ballava al lido Gela con la moglie del Prefetto e con donna Cesarina Morso. Guglielmino fu l'ultimo fotografo che ritrasse il Presidente dell'ENI, mentre stava per partire dal nostro aeroporto di Ponte Olivo per volare in quello di Catania, poche ore prima della sua tragica scomparsa nel cielo di Bascapè.

    Nel marzo del 1948, per i meriti professionali acquisiti, Guglielmino ricevette dall'Ordine Capitolare della Stella e Croce d'Argento della Santa Sede la Commenda con il fregiarsi del titolo di Commendatore.

    Guglielmino, inoltre, col passare degli anni era sempre più richiesto da enti privati e pubblici come fotografo professionista; così prestò il suo qualificato servizio per il Partito Fascista di Gela prima e per il Consorzio di Bonifica poi; sue sono tutte le fotografie dei lavori della Diga del Disueri sul fiume Gela; negli anni Cinquanta ricevette un incarico anche dall'Ufficio Tecnico Comunale; ancora più recentemente, siamo all'inizio degli anni Sessanta,  richiesto dall'ing. Eugenio Semmola, diventò fotografo ufficiale dell'ANIC per fotografare da un elicottero tutti le fasi dei lavori del costruendo petrolchimico.

   Nel dicembre del 1995 su proposta dello scrivente il Comune di Gela, il Mo.I.Ca. e l’Archeoclub d’Italia conferirono una targa ad Attilio Guglielmino come giusto riconoscimento del sua  professionalità nel campo della fotografia e come l'espressione più bella e più sincera dei sentimenti di stima e di ringraziamento per quello che ha lasciato a noi e alle future generazioni. La targa così recitava:

AL COMM. ATTILIO GUGLIELMINO

IN SEGNO DI STIMA

E RICONOSCENZA

PER LA SUA FOTOGRAFIA

CHE TRAMANDA GELA

DEI TEMPI TRASCORSI

ALLA PIU' REMOTA POSTERITA'

COMUNE DI GELA MO.I.CA.

ARCHEOCLUB D'ITALIA

1° dicembre 1995


IL CIMITERO MONUMENTALE DI GELA

 


    Dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, il divieto comunale di seppellimento nelle chiese e negli spazi adiacenti fu introdotto nel Regno delle Due Sicilie con le leggi borboniche 11 marzo 1817 e 12 dicembre 1828. L’art. 1, della prima legge, relativo alla costruzione dei camposanti, recitava: “Il seppellimento de’ cadaveri umani ... dovrà esser fatto per inumazione, ossia interrimento, non già per tumulazione, ossia dentro le sepolture”; insomma, la pratica più igienica da seguire affinché “le sue esalazioni non possano esser spinte verso l’abitato” doveva essere quella di seppellire i morti sotto terra nei camposanti, spazi appositi recintati e distanti dalle città, seppellimento che avrebbe favorito la decomposizione dei cadaveri diminuendo il rischio di epidemie.

    L’applicazione a Gela (allora denominata Terranova) delle suddette leggi fu ritardata di quasi un trentennio e ciò probabilmente a causa dei moti rivoluzionari in Sicilia del 1820 ma forse anche per motivi economici del Comune. Comunque sia andata, in un verbale datato 1° settembre del 1844, riscontrabile in un carteggio di “Sanità” dell’Archivio storico comunale, si legge di una processione popolare con “autorità civili e religiose, che dalla chiesa Madre si avviano verso contrada Capo Soprano dove avverrà la benedizione del Camposanto”.

    Dal carteggio di cui sopra si legge anche che fino al 1840 in diverse chiese di Terranova esistevano 54 sepolture, prima della loro chiusura, così ripartite: Chiesa Madre: n.13; Ch. S. Giovanni n.2; Ch. Rosario n.9; Ch. Santa Caterina n. 1; Ch. S. Antonio n.2; Ch. S. Nicola n.3; Ch. Santa Lucia n.1; Conservatorio delle orfane n.1; Ch. S. Francesco di Paola n.5; Ch. S. Francesco d’Assisi n. 17.

    Adesso, grazie al risultato di una serie di ricerche effettuate su carteggi di patrie memorie del locale Archivio storico, lo scrivente è in grado di approntare una sintetica e inedita storia del Camposanto, oggi Cimitero Monumentale della città.

    Il progetto (definito “Piano d’arte e perizia”) della costruzione del Camposanto a Terranova in contrada Capo Soprano fu redatto in data 9 febbraio 1840 dall’Arch. Emmanuele Di Bartolo, forse padre o fratello del famoso architetto Giuseppe, quest’ultimo autore nel 1844 della facciata della chiesa Madre. In origine il Camposanto (vedi piantina qui riprodotta), prima del suo ampliamento, era costituito da un rettangolo di 131 m. di lunghezza e 41,35 m. di larghezza, per una superficie di 5.416,85 mq., con “una reale di mq. 3.746,85 e una disponibile di mq. 1.670,00”. Il sistema maggiormente utilizzato per il contenimento dei cadaveri era quello a inumazione, ovvero il seppellimento del cadavere in una fossa scavata nella terra. Il Camposanto di Terranova aveva due ingressi, la cosiddetta “porta infelice” a est, da cui passavano i carri funebri per entrare nel cimitero, e l’altro a sud (prospiciente la carreggiabile Terranova-Licata diventata poi prolungamento del Corso principale), da cui si accedeva all’area cimiteriale.

    Esternamente al muro perimetrale del cimitero, sui lati nord, est e ovest, vi erano dei filari di alberi e uno “spazio viabile di circonvallazione al Cimitero”, mentre sul lato sud era presente un “boschetto” che iniziava dalla chiesetta di S. Biagio, utilizzata come “vecchia sala di osservazione dei cadaveri” e finiva prospiciente la carreggiabile suddetta. Lo spazio interno del cimitero era costituito da 8 aiuole di diversa grandezza disposte simmetricamente su due file e separate da viali di accesso. Al centro del cimitero era presente una piazzola con una croce in pietra su un piedistallo.

    L’incremento demografico a Terranova tra il 1830 e il 1880, che portò la popolazione da circa 10.000 a quasi 18.000 abitanti, comportò da parte dell’Amministrazione comunale di allora l’esigenza di ampliare il vecchio Camposanto per accogliere i morti che in particolare nel quinquennio 1878/1882 furono di 531 in media annua. Pertanto, nel 1883 si diede incarico agli ingegneri comunali Rocco Failla e Angelo Di Bartolo di redigere un progetto di ampliamento del Camposanto, progetto che, per quanto ci è dato sapere, fu firmato dal mentovato ingegnere Failla; Nereo Manetti, Regio Delegato Straordinario del Comune di Terranova, a proposito di tale ampliamento scriveva raccomandando agli ingegneri che “…si deve considerare questo non come casa nuova da farsi, ma come modificazione o completamento di cosa già fatta”.

    Un primo progetto del Failla del 18 novembre 1873 sull’ampliamento a nord del vecchio cimitero a nord avrebbe comportato un aumento di superficie di 17.423,25 mq., da dividere in quattro sezioni su altrettanti terrazzamenti della larghezza di 92,45 m. (i terrazzamenti attuali della quattro sezioni). Un secondo progetto del Failla, in data 10 gennaio 1887, prevedeva anche l’ampliamento del cimitero verso est con un ingresso principale a sud prospiciente la carreggiabile Terranova-Licata (l’attuale viale principale con le cappelle gentilizie ai lati e il sacrario dei caduti in guerra in fondo). Tali progetti, però, in seguito alla scomparsa del Failla, furono in parte ripresi e modificati in data 5 settembre 1890 dal nuovo progettista Ing. Salvatore Buscemi. Alla fine, il 12 maggio 1893, i lavori del progetto definitivo furono concessi in appalto agli impresari Gaetano Turco e Giacomo Fargetta, per una spesa prevista di 45.000 lire, e iniziati il 19 maggio dello stesso anno. Il collaudo dell’opera fu stilato in data 12 settembre 1895 dall’Ing. Giuseppe Maria Ciofalo di Termini Imerese.

    Due anni dopo, il 10 aprile 1897, la Commissione comunale di vigilanza del cimitero, in merito alla destinazione di una parte dello stesso a sezione monumentale, emise un regolamento per disciplinare la costruzione di cappelle gentilizie e ricordi marmorei, regolamento che negli ultimi cinquant’anni è stato eluso e calpestato con la complice e indolente tolleranza, se non dolosa, dell’istituzione comunale competente. 

    Prima dell’inizio dei lavori di ampliamento del cimitero monumentale originario, su diverse superfici di proprietà del provinciale agostiniano P. Giuseppe Tasconi contigue alla chiesetta di S. Biagio, furono edificati la Chiesetta di S. Nicola di Tolentino (aperta al culto il 10 ottobre 1880), il Colombaio cimiteriale “per le Figlie di Maria della Consolazione” e un convento, quest’ultimo oggi di proprietà comunale e sede della Biblioteca.

    Recentemente, in merito alle estumulazioni paventate da questa amministrazione comunale per recuperare spazi disponibili per la tumulazione, non si riesce a capire perché le attuali aree di terreno delle quattro sezioni terrazzate del cimitero monumentale risultano da tempo inutilizzate per le inumazioni.

Nuccio Mulè


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Dicembre 2020


LA CONCHIGLIA, UN RUDERE DI CEMENTO ARMATO PIENO DI RICORDI

    Non abbiamo notizie certe sul periodo di nascita delle strutture balneari a Gela, però, su un manifesto pubblicitario del 1889, che si trova presso l’Archivio Storico del nostro Comune, già ne comincia a comparire la rèclame: “Grande Stabilimento Balneare Gela in Terranova Sicula” dei F.lli Marletta Cellura; nei decenni a seguire, a partire dal 1900, compaiono il “Lido Gela”, “Lido Elios”, il “Lido Mondarino” e il “Lido Royal”, chiamati impropriamente “lidi di tavola” o “chalet” balneari che fino alla fine degli anni Cinquanta si impiantavano ad ogni stagione estiva sulla battigia della spiaggia. E più recentemente “Lido Eden”, “Samparisi”, “Sorriso” (a Falconara Sicula), “Lido Turistico”, “Macchitella”, “Roccazzelle”, “Manfria”. Poi da quando furono realizzati il tratto che va dal porto rifugio al quartiere Macchitella e il nuovo progetto del lungomare nacquero altri stabilimenti balneari.

I lidi di tavola

I “lidi di tavola”, costruzioni prodotte tutte in legname, erano realizzati da diversi privati ad ogni inizio di stagione balneare e smontati successivamente al termine di essa. Gli stabilimenti balneari erano solitamente strutturati su uno stesso modello: un corpo quadrangolare, disposto in buona parte in mezzo all’acqua, e due bracci laterali sui quali erano ubicati i filari delle cabine. Dalla strada e fino allo stabilimento si snodava una passerella in legno con ringhiera, sopraelevata di qualche metro sulla sabbia, che faceva accedere al lido. Il corpo centrale dello stabilimento a sua volta era diviso in due sezioni: una più piccola, prospiciente l’ingresso, adibita ai servizi balneari e a bar, e l’altra ben più grande, posteriormente alla prima, adibita a sala multiuso per trattenimenti danzanti, spettacoli, ristorante, ricorrenze divario tipo, ma anche matrimoni e feste. Ad ogni lido erano di pertinenza dei filari di casotti sulla sabbia antistante alla battigia, mentre dietro di essi vi erano quelli di proprietà privata dei cittadini anch’essi montati e smontati sistematicamente a inizio e a fine stagione balneare.

Mussolini al Lido Gela

Un avvenimento di una settantina di anni fa, precisamente sabato 14 agosto del 1937, che viene sempre ricordato, immortalato peraltro da un cine-giornale dell’Istituto Luce, è quello del ballo di Benito Mussolini al “Lido Gela”, con una signora aristocratica gelese, Cesarina Morso, e con la moglie del prefetto di Caltanissetta, al suono di un’orchestrina che intonava il motivetto “Vivere senza malinconia".

La nascita della Conchiglia

L’ultimo stabilimento balneare in legno costruito sulla spiaggia, in prospicienza del centro storico murato, fu il “Lido Gela” nell’estate del 1957. L’anno successivo sullo stesso posto nacque il Lido “La Conchiglia”, un complesso balneare in cemento armato con un corpo principale a forma di valva di mollusco e dei bracci laterali che ospitavano le cabine; il tutto edificato su palafitte in mezzo al mare. Il progetto risalente al 1954, allora considerato molto ardito e raro nel suo genere, fu realizzato dai fratelli Ventura con la spesa di 160 milioni di vecchie lire su disegno del geometra Filippo Trobia e degli Ingg. Salvatore Trobia e Vittorio Dalla Noce. L’inaugurazione avvenne il 24 giugno del 1958.Cantanti, spettacoli e cultura Il Lido “La Conchiglia” oltre a rappresentare subito il centro dell’attività balneare di Gela e dintorni fu anche il locale più frequentato e più conosciuto dai forestieri in tutta l’Isola, anche perché con una certa frequenza ospitava serate canore con cantanti e presentatori più in voga in Italia in quei momenti come Mike Bongiorno, Corrado, Enzo Tortora, Alberto Lupo, Peppino di Capri, Rita Pavone, Teddy Reno, Edoardo Vianello, Wilma Goich, Claudio Villa, Gianni Morandi, Lucio Dalla, Albano, Little Tony, Milva, Massimo Ranieri, Renato Carosone, Gegè Di Giacomo, Pooh, Nomadi, Claudio Lippi, Arturo Testa, Adamo, Nilla Pizzi, Aurelio Fierro, Luciano Tajoli, Emilio Pericoli, Mago Zurlì, Eloisia Cianni (Miss Italia 1958), ecc.; anche Domenico Modugno, reduce dal successo del festival di San Remo del 1958 con la canzone “Nel blu dipinto di blu”», venne a cantare al Lido “La Conchiglia”. Ed ancora, Quartetto Cetra, Peppino di Capri, Andrea Giordana, Massimo Ranieri, Tony Cucchiara, Carletto Delle Piane e anche il presentatore-principe Pippo Baudo; la Conchiglia oltre a diverse mostre, sfilate di moda e spettacoli anche di lotta libera, fu sede di convegni di studio di uomini politici di primo piano come Saragat, Nenni, Medici, Mattei, Scelba, Piersanti Mattarella, ecc.; ospitò anche re Gustavo di Svezia che a Gela era solito venire ogni anno in estate.  E non solo cantanti, attori, big della musica leggera e presentatori di fama anche serate culturali come la manifestazione “II Sileno d'oro”, organizzato in onore di ospiti d'eccezione; il poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 per la Letteratura, e il docente universitario di Scienze delle finanze e Diritto finanziario Emanuele Morselli, nativo di Gela; oltre ai suddetti furono anche ospitati Renato Guttuso, l'editore Mursia ed altre personalità eccezionali.

La decadenza

A metà degli anni Sessanta, però, cominciò a funzionare a pieno ritmo lo stabilimento petrolchimico dell’Anic e, pertanto, la spiaggia ed il mare di Gela subirono i contraccolpi dell’inquinamento divenendo praticamente poco fruibili e di conseguenza abbandonati. La stessa spiaggia, a completamento del quadro di degrado, cominciò pure a ridursi al punto tale che fu necessario la posa di frangiflutti per arginare l’avanzata del mare che già era arrivato fino a margine della strada del lungomare. In questo contesto Il Lido “La Conchiglia” venne lentamente abbandonato dai frequentatori, così che, col passare delle stagioni, andò sempre più decadendo fino a diventare solo un locale per trattenimenti di matrimonio. Successivamente il locale diventò sempre più decrepito fino a quando i proprietari l’abbandonarono completamente. Preda di occasionali visitatori e di vandali, il locale fu spogliato degli arredi e persino degli infissi.

La fine

Nel giugno del 2007 accadde quel che nessun profano mai avrebbe potuto immaginare, e cioè il collasso dell’ultima parte del braccio ovest; infatti, i pali che la sostenevano, corrosi dall’usura del tempo, non ressero più e così si accartocciarono fragorosamente su se stessi. Alla notizia clamorosa del rovinoso crollo, riportato addirittura dai mass media in campo nazionale, seguì una passerella di affermazioni di diverse persone che per intonarsi all’accaduto si lasciarono andare a diverse elucubrazioni mentali oltre a stracciarsi le vesti e a darsi “pugni nel petto” recitando un improbabile mea culpa. Troppo tardi per i rimpianti. Qualche mese dopo, per motivi di sicurezza, fu diroccato anche il braccio est riducendo così quel che era il Lido “La Conchiglia” di una volta ad un solo corpo centrale che recentemente è stato transennato perché pericolante, in attesa anche questo o di collassare su ste stesso o di essere demolito. Molto discutibile è stata poi la proposta di vendita del rudere da parte della Regione Non si è voluto mai riconoscere che lo stabilimento balneare “La Conchiglia” era diventata nell’immaginario collettivo, non solo dei gelesi, un simbolo oltre che un esempio di archeologia balneare e quindi di conseguenza un vero e proprio bene culturale da salvaguardare. Oggi cosa resta del Lido “La Conchiglia” se non un relitto di cemento armato pieno di ricordi del tempo che fu, “…dov’è silenzio e tenebre la gloria che passò”, che riposa nel suo sarcofago di sabbia all’aperto, aspettando che l’usura del tempo ne cancelli anche le tracce II Lido “La Conchiglia”, una favola iniziata bene e finita male. Nuccio Mulè

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IN RICORDO DI IGNAZIO NIGRELLI

 

    Vent’anni fa mancava alla vita l’amico prof. Ignazio Nigrelli; era nato a Leonforte nel 1926 e dal 1940 al 1946 era vissuto a Gela dove aveva conseguito la licenza liceale. La sua dipartita ha lasciato sicuramente una traccia profonda in quanti lo conobbero come studioso e cultore di patrie memorie.

    Ponderosa è stata la sua produzione nel campo della storia locale e sui beni culturali e ambientali e rammentarla sarebbe argomento più da opuscolo che da articolo di giornale; i suoi studi e le sue ricerche non si sono fermati ai canoni usuali della microstoria ma si sono sempre inseriti in una prospettiva storiografica di più ampio respiro; inoltre, si è interessato degli aspetti ambientali che ha inserito sempre nel contesto storico trattato. Importantissima è stata una delle sue ultime pubblicazioni, realizzata in concorso con Liliane Dufour (studiosa di storia urbana della Facoltà di Architettura di Parigi), su Gela, dal titolo “Terranova, il destino della città federiciana”, una pietra miliare per conoscere la storia medievale e moderna di Gela.

    Il prof. Nigrelli, già Presidente Regionale di Italia Nostra e assistente alla cattedra di Storia Medievale e Moderna dell’Università di Catania, collaborò a riviste italiane e straniere, tra cui: Italyan Filolojisi di Ankara, Civiltà mediterranea di Palermo, Lunarionuovo di Catania, Sicilia illustrata di Catania, KalòsArte in Sicilia di Palermo, Archivio Storico per la Sicilia Orientale di Catania.

    Copioso è stato il numero di saggi, su riviste specializzate e in atti di convegni di studio, e di articoli pubblicati in quotidiani, come L’Ora, Gela Nostra, Movimento Operaio, Italia Nostra, Civiltà mediterranea, Sicilia Illustrata, Kalòs, ecc.; tra essi si ricorda: La fondazione federiciana di Terranova ed Augusta nella storia medievale della Sicilia,, in SICULORUM GYMNASIUM, n.s., a. VI n. 2, luglio-dicembre 1953, articolo citato e utilizzato da molti autori; numerosi sono stati anche i volumi pubblicati sempre scritti con cura e ricchi di dati storiografici.

    Notevole inoltre è stato il suo contributo nel sociale; infatti, oltre ad essere stato dal 1977 presidente della sezione di Piazza Armerina di Italia Nostra, dal 1995 vicepresidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Ente Parco per la Provincia di Enna, dal 1994 al 1995 membro del Comitato Stato-Regione e Enti Locali-Ambientalisti per l’esame del Piano di risanamento ambientale di Gela, è stato anche promotore di convegni di studi e di attività di promozione culturale come, ad esempio, “L'età di Federico II nella Sicilia Centro-Meridionale: città, monumenti, reperti: atti delle Giornate di studio: Gela 8-9 Dicembre 1990”, di cui fu prodotta nel 1991 una pubblicazione a cura di Salvina Fiorilla e Salvatore Scuto.

    Al momento della scomparsa, Ignazio Nigrelli stava lavorando sulla storia di Niscemi, lavoro commissionatagli dalla rivista “Kalòs, arte in Sicilia” e al saggio “Ambiente, popolamento e territorio della Sicilia centro meridionale dal XII al XV secolo” che avrebbe dovuto presentare come relatore nel convegno "L'urbanistica delle città medievali italiane. L'Italia meridionale e insulare secoli XIIXV", organizzato dal prof. Enrico Guidoni a Palermo.

    Il prof. Ignazio Nigrelli, di cui mi pregio di essergli stato amico, è scomparso dalla scena del mondo il 10 luglio del 2000, lasciando agli amici l’esempio prezioso delle sue rare virtù ed il retaggio di una onorata carriera di studioso di patrie memorie oltre che di docente di Lettere nella scuola.

Nuccio Mulè

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LA CARTOLINQA DI OGGI

L’ARMONIUM DELLA VILLA COMUNALE

 

    La cartolina di oggi, con una pregiata immagine a colori pastellati, ci fa vedere l’armonium, un grande palco di forma circolare, largo, alto e con caratteristica ed artistica copertura a cupola, che troneggiava nella nostra villa comunale; non si sa con precisione quando fu costruito, probabilmente si trattava di una struttura realizzata verso la seconda metà dell’Ottocento dal momento che la villa, trasformazione dell’orto dei pp. Cappuccini, fu realizzata nel 1870. Il palco serviva ad ospitare la banda musicale che quasi con cadenza settimanale eseguiva dei concerti a cui assistevano sempre una notevole moltitudine di persone. Nel corso dei decenni numerosi e di notevole talento furono i direttori e i musicanti della nostra banda, in particolare, in pieno periodo fascista, quando nella nostra città nacque ad opera di don Pippineddu (Giuseppe) Navarra una scuola di musica divenuta poi Liceo musicale.

   Verso gli anni Venti dal palco prima fu eliminata la copertura poi, verso l’inizio degli anni Cinquanta lo stesso armonium fu completamente smantellato è ridotto a rottame: non si è mai saputo il perché e nemmeno poi dove siano andati a finire i resti. Stessa sorte purtroppo ebbero diverse altre opere come gli orologi con relative campane della chiesa di San Rocco, del vecchio Municipio e del Convitto Pignatelli.  

    Gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta purtroppo hanno rappresentato per i nostri beni culturali un’epoca disastrosa. All’insegna del “rinnovamento” della città, infatti, furono eliminati molti beni culturali tra essi antichi palazzi come l’albergo Trinacria in piazza Umberto I, il cinquecentesco palazzo Morso nella via omonima, mezzo palazzo Drogo-Di Bona, quello del conte Panebianco sul Corso, ecc.; ed ancora basolati di strade, di piazze e di vicoli ma anche monumenti antichi di grande valore come la “turrazza” trecentesca di via Verga (torre di epoca federiciana delle mura di cinta), Porta Marina del 1500, la chiesa di Sant’ Antonio Abbate e il convento dei PP. Conventuali ambedue del 1400, le chiese di Santa Lucia e di San Giacomo quest’ultima con portale trecentesco, ecc. Il tutto, col beneplacito e la beata ignoranza degli amministratori comunali, provinciali e regionali, soprintendenze comprese, però, queste ultime all’insegna dell’indolenza. Così l’armonium della villa comunale, a differenza di molte ville di altre città, dall’inizio degli anni Cinquanta non esiste più, nè mai si è pensato di riproporlo.

Nuccio Mulè

 

 

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Novembre 2020

GELA LUGLIO 1943, LA DIVISIONE FANTASMA

 

    Il 10, 11 e il 12 luglio del 1943 gli americani, dopo essere sbarcati a Gela travolgendo la difesa costiera, ebbero filo da torcere nell’avanzata verso la pianura e ciò grazie ai fanti del 33° e 34° Reggimento della Divisione Livorno, oltre e in parte ai tedeschi dell’“H. Goering”, che si opposero accanitamente e che nella più decisa controffensiva della campagna siciliana li portò a procedere “a testa bassa come gli era stato ordinato ” fino alla periferia di Gela costringendo il Gen. Patton, comandante della 7a Armata USA, a dare l’ordine di reimbarco dei soldati americani della colonna Dime. Fatto che successivamente non accadde perché entrarono in gioco le artiglierie degli incrociatori e dei cacciatorpediniere americani che decimarono le forze dell’Asse costringendole alla ritirata. Quanto costò a livello di vite umane il contrattacco della Divisione Livorno?

    Nel corso degli ultimi anni c’è stato un via vai di cifre che ha visto studiosi e cultori di storia patria divisi nel fornire i relativi numeri. Per dirimere la questione e quindi fornire il numero esatto delle perdite di allora, esiste nell’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma un fascicolo dal titolo “Comando delle FF.AA. della Sicilia” in cui alla voce “Perdite” si tratta del contrattacco della Divisione Livorno nel luglio del 1943 a Gela e che porta la firma del Generale d’Armata Comandante Alfredo Guzzoni. Lo scrivente, durante una ricerca ne è venuto a conoscenza e qui riporta fedelmente i tratti più essenziali dello stesso fascicolo e quindi in particolare le cifre delle perdite, pari quasi al 64%, che allora interessarono il contingente dei fanti della Livorno, perdite che peraltro gli valsero la denominazione di “divisione fantasma”.

    “…I valorosi fanti della Livorno per il loro eroico contegno in ogni circostanza e per la virile forza d’animo con cui seppero tener testa ad un nemico più numeroso, meglio armato e sorretto da un ingente massa di aerei che dominava il cielo dell’Isola, sono stati all’altezza delle loro nobili tradizioni di valore e di sacrificio ed hanno scritto pagine di insuperato ed insuperabile valore.”

   “…Nel totale le perdite complessive subite dalla “Livorno” ammontano:

-       a 214 ufficiali su 505;

-       a 7.000 fra sottufficiali e truppa su 11.400, servizi compresi.

    Fra Gela e Bivio Gigliotto si sono perduti:

-       il Colonnello Mona Comandante del 33° Fanteria ferito e prigioniero;

-       il Maggiore di fanteria Elena ed il pari grado di artiglieria Artigiani caduti eroicamente;

-       il Ten. Col. Del 33° fanteria Alessi ed i Ten. Col. Leonardi e De Gregori del 34° fanteria feriti e prigionieri…”.

“…Le tre gloriose bandiere del 33°, del 34°, del 28° artiglieria impersonarono il valore dei

fanti e degli artiglieri italiani e sono perciò pienamente meritevoli della medaglia d’oro al  v.m.”.

   “…Per il suo eroico comportamento la Livorno è stata elogiata dal Comando italiano e da quello germanico; è stata citata nel bollettino italiano del 19 luglio; è stata ricordata infine dagli stessi inglesi, sia alla radio, sia a mezzo stampa (Times)”.

    Nei 38 giorni dell’operazione Husky in Sicilia, senza contare il numero delle vittime civili, si ebbero 54.627 morti di cui 40.840 soldati italiani, 8.908 soldati tedeschi, e 4.299 soldati Alleati; nel novero del computo finale delle perdite bisognerebbe aggiungere anche i morti delle nazioni che affiancarono gli anglo-americani nella liberazione dell’Isola, in particolare quelli dei 490 soldati del Canada che sono stati sepolti nel cimitero canadese di Agira.

                  Nuccio Mulè

 





AREA ARCHEOLOGICA ABBANDONATA DI PIAZZA CALVARIO

 

    Non è che sia tanto facile fare il conto del numero delle aeree archeologiche, grandi e piccole che siano, che si trovano nel territorio di Gela e nelle sue vicinanze, comprese quelle che si trovano all’interno del centro storico di Gela da tempo coperte da interi quartieri di abitazione come ad esempio le aree del Borgo, di Villa Garibaldi e del “Locu Baruni”. Comunque sia, di tali aree, il cui numero senza esagerazione arriva ad una trentina, solamente tre, bene o male, risultano fruibili; le rimanenti si trovano indolentemente nel più completo abbandono.

    Proviamo adesso a stilare un elenco delle aree archeologiche più importanti e cominciamo da quelle vicino Gela con le contrade Desusino, Suor Marchesa, Milingiana, Priorato, Muculufa, Fontana Calda, Piano della Fiera, Consi, Santa Croce, Fiume di Mallo, ecc., a seguire  Bubbonia, Disueri, Monte Maio, Monte Canalotti, Alzacudella, Sofiana, Petrusa, Piano Camera, Ponte Olivo, Grotticelle, Casa Mastro, Castelluccio e infine nella stessa Gela dove troviamo Manfria (con le contrade I Lotti, Monumenti, e Insinga), Acropoli di Molino a Vento, Fortificazioni greche di Caposoprano, Bagni Greci, via Romagnoli, Bosco Littorio, Bitalemi, Settefarini, Apa, via Meli, Ex Stazione Ferroviaria, Piazza Calvario, Alemanna al Villaggio Aldisio, via Genova, via Di Bartolo e molte altre aeree del centro storico dove gli affioramenti archeologici stoltamente sono stati ricoperti definitivamente. Per non scrivere delle altre numerose aree archeologiche di epoca romana sulla Piana del Gela non censite e sconosciute, spesso appannaggio dei clandestini.

    Eclatante e impressionante è il caso dell’area archeologica di Monte Bubbonia, in territorio di Mazzarino, dove, in un’ area cimiteriale di epoca greca, i tombaroli hanno fatto tutto quello che hanno voluto determinando un danno incommensurabile al patrimonio storico ed economico del nostro territorio. E se ciò, ed altro di peggio, accade non è sempre responsabilità delle Soprintendenze alle quali spesso i finanziamenti regionali per proteggere le aree archeologiche arrivano col contagocce o non arrivano per niente. Purtroppo, i Comuni interessati (in particolare Gela, Butera, Niscemi e Mazzarino), ma soprattutto il governo regionale, non hanno messo ancora a fuoco le reali potenzialità dei giacimenti culturali della nostra zona in termini di sviluppo turistico, economico ed occupazionale né tantomeno vi sono i presupposti per attuarlo.

    Delle tante aree archeologiche citate parliamo adesso di Piazza Calvario, ubicata in pieno centro storico gelese, forse una delle più sconosciute.

   Nellarea del cortile degli ex granai del Palazzo Ducale, nel quartiere Calvario, nel 1991 durante i lavori di scavo per la realizzazione di un parcheggio pubblico sono affiorate consistenti vestigia dantiche strutture risalenti ad epoche diverse; dopo il blocco dei lavori da parte della Soprintendenza, gli archeologi hanno effettuato diverse trincee mettendo allo scoperto una serie di reperti ascrivibili ai periodi medievale e greco classico e arcaico; allora gli scavi furono diretti da Katia Ingoglia, oggi docente dell’Università di Messina, Sandro Amata e Stella Patitucci, quest’ultima dell’Università di Camerino.

    La zona del Calvario era già conosciuta come area sacra per precedenti scavi effettuati nei primi del Novecento da Paolo Orsi, allora direttore del regio Museo di Siracusa e, più di mezzo secolo fa, dagli archeologi Proff. Orlandini e Adamesteanu, scavi da cui vennero alla luce vestigia di sacelli, decorazioni fittili e terrecotte architettoniche; in particolare furono evidenziati materiali e strutture di epoca greca e medievale, alcune cisterne ed un muro largo 2 e lungo 25 metri; in particolare verso Nord furono individuate delle strutture di epoca greca riferibili ai periodi arcaico e classico con due muri di un edificio con zoccoli in pietrame misto a ciottoli di fiume, un pithos, molti frammenti di ceramica, diversi frammenti di antefisse sileniche e gorgoniche, nonché un vestigio di strada costruita con ciottoli di fiume, larga 2 mt. e orientata in senso Nord-Sud.

    Altri scavi prossimi a venire (chissà quando) probabilmente porteranno alla luce strutture e materiali significativi che daranno agli archeologi la possibilità di ricostruire la storia di questo luogo.

    Intanto l’area da diversi decenni è stata totalmente abbandonata, sia per quanto riguarda la continuazione degli scavi archeologici sia per la relativa pulizia; le erbacce, infatti, hanno preso il sopravvento ricoprendo tutta l’area del cortile. E la cosa paradossale è che oggi in questo luogo non abbiamo né un’area archeologica fruibile né un parcheggio pubblico.

    Infine, per quanto riguarda il cantone pericolante dell’antica torre dell’attiguo castrum federiciano del XIII sec. in piazza Calvario, veramente c’è da diventare verdi di rabbia nel momento in cui esiste un transennamento dal 2008 (ai tempi delle demolizione del “Muro della Vergogna”) che, su denuncia di alcuni cittadini del luogo tramite i mass media, è stato recentemente ampliato per motivi di sicurezza senza che lo stesso cantone abbia subito un benchè minimo restauro. Per quanto tempo rimarrà in questo stato vergognoso? Se dovessimo paragonarlo all’impianto di protezione fatto a Porta Marina nel 2005, quindici anni fa, potremmo pensare che a piazza Calvario ne passeranno di anni, dal momento che ad oggi già ne sono passati già quasi tredici.

    Forse esiste la possibilità che tali transennamenti di protezione di Porta Marina e di piazza Calvario passino nella categoria dei beni archeologici (sic)?!!

                                                                                               Nuccio Mulè






LA CARTOLINA DI OGGI

 

    I due signorotti col “cacciottu” in testa, immortalati nella cartolina d'epoca di primo Novecento qui presentata, stanno percorrendo la “Strada Nazionale” (oggi via Colombo) al di fuori delle mura di cinta in una fredda e soleggiata mattinata d'inverno, forse per una salutare passeggiata a mare, e già hanno superato la prima curva a gomito che segna l'inizio del quartiere “Maggiore Toselli”, un tempo denominato, ma anche oggi dagli anziani, “‘u chianu de’ surfaredda”. Notare in piccolo sullo sfondo al centro della foto la ciminiera dei “Liquirificio Marletta” in contrada Capo Soprano sopra il Caricatore, in attività fino al 1940.  A sinistra sulla spiaggia si vedono alcune vele delle barche della flotta commerciale terranovese, a quel­l'epoca ricca e operosa.

    Cinque erano le porte che, fino ai primi decenni dell'Ottocento, permettevano l'accesso alla nostra città. Di regola venivano aperte all'alba e chiuse all'“Avemaria”, tranne quella secondaria a sud delle mura, “u purtusu” ovvero il pertugio del quartiere “Spirone” (in alto a destra sulla cartolina), che serviva per il rientro dei pescatori terranovesi e per le ronde militari in tempo di pirati.  A partire dalla seconda metà del Settecento, cessati i pericoli delle invasioni barbaresche, in determinati punti delle mura della città cominciarono ad aprirsi delle brecce per articolare meglio il traffico veicolare costituito allora da diverse migliaia di carretti e quadrupedi. Le prime brecce realizzate sulle mura medievali furono quelle dei quartieri di San Giovanni e San Francesco. In quest'ultimo quartiere la breccia fu aperta a lato del convento dei Padri Conventuali, diroccato negli anni Cinquanta per dar posto all'attuale Municipio, e da essa si fece continuare fino a mare per allungare la Strada Nazionale Marina, oggi via Cristoforo Colombo, sul tracciato di una sinuosa trazzera antica che portava alla rada di Terranova dove esistevano alcuni opifici e diverse industrie artigianali come quelle dei “canalara” (di cui sullo sfondo della cartolina si vede il fumo dei loro forni per cuocere l’argilla), dei “calafati” e degli “scupara”: di tali industrie rimaneva solo una ciminiera con la scritta “DUCE”, contigua allora all’albergo Mediterraneo, che fu demolita impunemente nel 1995. Nuccio Mulè

COMMEMORAZIONE DEL SENATORE GELESE COMM. VINCENZO D’ANNA

 

    Dei personaggi gelesi che nel tempo si sono distinti per il prestigio del loro titolo e del loro operato, oggi qui annoveriamo e scriviamo di un conterraneo che è stato dimenticato totalmente. Si tratta del Senatore, dell’allora Regno d’Italia, Comm. Vincenzo D’Anna.

    Vincenzo D’Anna, di Giuseppe e di Catalano Rosalia nacque a Gela, allora Terranova, il 1° ottobre del 1831; nulla si conosce della sua fanciullezza né dei suoi studi prima di conseguire la laurea in ingegneria, però, si sa che entrò ancora giovane nella carriera degli uffici pubblici raggiungendo il grado di Direttore Generale nel Ministero dei Lavori Pubblici e Presidente di Sezione nel Consiglio di Stato.

    Nell’aprile del 1886 il Comm. Vincenzo D’Anna, dopo quarant’anni di assenza ritornò per una rimpatriata a Terranova di Sicilia; il Sindaco, conte Nicola Panebianco, per l’occasione organizzò dei festeggiamenti per l’illustre concittadino oltre a un banchetto con le personalità della città nel locale del “Liceo Convitto Principessa Pignatelli alle ore sette pomeridiane del 24 aprile 1886…”.   

    Conosciuto e stimato in patria per carattere indipendente e leale…”, Vincenzo D'Anna nel novembre 1892 venne elevato alla dignità senatoria, grazie all’apprezzamento della “Maestà del Re come cittadino liberale e coscienzioso, dotato di grande perizia nei vari rami delle pubbliche amministrazioni, una indefessa operosità e una profonda devozione alla cosa pubblica…”. Chiamato alla presidenza della II sezione del Consiglio di Stato, la sua grande conoscenza della legislazione e della pratica dei lavori pubblici, lo pose in grado di rendere i più importanti servizi.

    Sposato con tale Maria Maddalena Bonfigli, da cui ebbe otto figli, il Comm. Vincenzo D’Anna morì a Roma il 27 giugno 1902.

Commemorazione al Senato

    Durante la commemorazione della sua scomparsa nell’aula del Senato, l’allora Presidente Giuseppe Saracco così si espresse: “Signori senatori! Ho il dolore di annunziare al Senato la perdita di un ottimo collega, il Comm. D'Anna Vincenzo avvenuta ieri nelle ore pomeridiane, in Roma. Colpito da morbo crudele, egli non mancò tuttavia, finchè gli durarono le forze, di attendere ai suoi doveri, malgrado le dure sofferenze, il bravo collega si trascinava a stento in quest'aula per assistere alle sedute del Senato. Ma l'ultima ora del buono e valoroso collega si annunziava visibilmente, e Vincenzo D'Anna mori serenamente fra il compianto dei congiunti, o di quanti ebbero maggiormente opportunità di apprezzarne le qualità di mente o di cuore. Lo Stato perde in lui uno dei più intelligenti e laboriosi funzionari e noi sentiamo a nostra volta di aver perduto in Vincenzo D'Anna uno dei più distinti ed operosi compagni che sono l'ornamento di questo nostro Senato. Ond'io, a nome di voi tutti, mi compiaccio di deporre sul feretro del valoroso collega l'augurio, che Dio conceda a quell'anima cosi travagliata in vita la pace ed il riposo eterno del giusto.”

    Al Presidente Saracco seguirono gli interventi, qui di seguito riportati, del senatore Giuseppe Saredo, Presidente del Consiglio di Stato, e del Ministro dell’Interno Senatore Giovanni Giolitti, lo stesso che diverse volte fu presidente del Consiglio dei Ministri nel periodo storico che è oggi definito come "età giolittiana".

    Senatore Giuseppe Saredo: “Mi sia consentito di aggiungere una parola alla eloquente commemorazione del nostro Presidente già fatta del perduto collega. Venuto al Consiglio di Stato dopo lunga ed onorata carriera egli vi ha portato una grande perizia nei vari rami delle pubbliche amministrazioni, una indefessa operosità, una profonda devozione alla cosa pubblica. Chiamato alla presidenza della II sezione del Consiglio di Stato, la sua grande conoscenza della legislazione e della pratica dei lavori pubblici, lo pose in grado di rendere allo Stato i più segnalati servizi. A nome del Consiglio di Stato ringrazio il nostro illustre Presidente dei meritati elogi che ha tributato alla memoria del compianto collega, elogi che giungeranno come non lieve conforto alla desolata famiglia.

    Senatore Giovanni Giolitti: “A nome del Governo mi associo ai sentimenti di rimpianto espressi dal presidente del Senato e dal senatore Saredo, presidente del Consiglio di Stato. Io che ebbi l'onore di essere per molti anni collega del rimpianto senatore D'Anna come membro del Consiglio di Stato, ho avuto occasione di conoscere quanto valesse quell'uomo e per ingegno e per carattere e per operosità, ed in lui io ho ammirato non solamente il funzionario, ma anche l'egregio padre di famiglia, l'uomo che deve tutto a se stesso, perché egli dalla fortuna nulla aveva avuto e la posizione altissima che si procurò nel Consiglio di Stato e nel Senato è dovuta esclusivamente all'operosità sua e alla stima che tutti i suoi colleghi avevano per il suo ingegno e carattere.

Commemorazione alla Camera

    Oltre alla Camera del Senato, nello stesso giorno anche in quella dei Deputati fu commemorato il Comm. D’anna. Di tale commemorazione qui di seguito si riporta uno stralcio.

    Giuseppe Biancheri, Presidente della Camera: “Comunico alla Camera che dalla Presidenza del Senato del Regno mi è pervenuta la seguente lettera: “Compio il doloroso ufficio di annunziare all'Eccellenza Vostra la morte dell'onorevole senatore D'Anna commendatore Vincenzo, avvenuta ieri, 27, in questa città. Le significo in pari tempo che il trasporto della salma avrà luogo domattina, 29, alle ore 9 e mezzo, partendo dall'abitazione del defunto, Corso Vittorio Emanuele n. 209.

    Prese la parola Il deputato Saracco: “La Camera non può non apprendere con dolore la perdita del commendatore D'Anna, che fu per diverse Legislature nostro collega, che occupò posti eminenti nelle pubbliche Amministrazioni e rese eminenti servizi al Paese. Sono certo che la Camera si associerà a me nell'esprimere sincere condoglianze alla famiglia dell'estinto. {Bene!)”.

    Seguì il deputato Ignazio Testasecca: “Faccio plauso alle nobili parole che l'onorevole presidente ha pronunziato per commemorare il compianto senatore D'Anna, il quale, nato in Terranova di Sicilia, apparteneva alla provincia di Caltanissetta, che ho l'onore di rappresentare. Mi associo con tutto il cuore alle parole dette dall'onorevole presidente e prego la Camera di mandare le condoglianze alla famiglia, anche a nome della provincia di Caltanissetta.”.

    Subito dopo gli interventi furono scelti i componenti la Commissione che fu incaricata di rappresentare, assieme alla Presidenza, la Camera all'accompagnamento funebre dell’indomani alle 9,30.

    Il Comm. Vincenzo D’Anna secondo alcune cronache storiche locali non confermate, durante la carica di Direttore Capo dei Lavori Pubblici, nella seconda metà dell’Ottocento si operò per la costruzione a Terranova del Ponte ripieno del Borgo sul Vallone Pasqualello, a nord della Villa comunale, del tratto che tuttora congiunge via Matteotti a via Cappuccini.

Incarichi e onorificenze del Comm. Vincenzo D’Anna

    Funzionario amministrativo e Magistrato, ricoprì le cariche di Direttore Capo dei Lavori Pubblici nel Consiglio dei Ragionieri del Regno (1877), Direttore Generale di Ponti e Strade del Ministero dei Lavori Pubblici (1879), Consigliere di Stato (27 settembre 1882), Consigliere della Corte di Cassazione di Palermo (1882, 1884), Presidente di sezione del Consiglio di Stato (30 dicembre 1892), Membro della Commissione di vigilanza al Debito Pubblico.

    Il Comm. Vincenzo D’Anna, Deputato nella XXI Legislatura e Senatore nella XVI Legislatura, ebbe le seguenti onorificenze: Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (2 giugno 1872); Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (30 gennaio 1881); Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (31 marzo 1890); Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia (5 gennaio 1873); Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia; Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia (27 giugno 1895).Nuccio Mulè

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