Museo Archeologico di Gela

 

Inaugurazione del museo, 21 settembre 1958 

 

Museo Archeologico Regionale (tel. 0933.912626)

 

Il museo archeologico di Gela fu realizzato nella seconda metà degli anni Cinquanta per conto del Ministero ai LL.PP., con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, su progetto dell’arch. Luigi Pasquarelli. L’edificio fu costruito dall’impresa I.CO.RI. di Milano sotto la dire-zione dell’arch. Rosario Corriere; l’inaugurazione avvenne il 21 settembre del 1958 alla pre-senza del Sottosegretario della P.I. On. prof. Angelo di Rocco, del Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, di 80 illustri archeologi italiani e stranieri, di un folto pubblico, nonché del sindaco avv. Fortunato Vitali, dell’On. avv. Salvatore Aldisio, dell’Assessore Regionale alla P.I. On. Paolo di Grazia e del vice presidente della Cassa per il Mezzogiorno On. avv. Rocco Gullo; la relazione ufficiale fu letta dall’allora Soprintendente alle Antichità dott. Pietro Griffo.
La nascita del museo pose fine al pluridecennale dirottamento dei reperti archeologici da Gela in altri musei dell’Isola come Palermo, Siracusa e Agrigento. Reperti unici e d’inestimabile valore, scoperti a Gela, si trovano inoltre nei musei di Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Milano, Londra, Oxford, Berlino, New York, Boston, Cambridge, Baltimora, Tampa, Yale, Rhode Island, Basilea, Stoccarda, Vienna, Amburgo, Zurigo, ecc.; senza contare tutti quelli trafugati ed esportati clandestinamente che fanno parte di collezioni private in tutto il mondo.
L’organizzazione del museo risponde ai criteri di massimo rigore scientifico e tiene conto delle più ricercate esigenze della moderna museografia; gli oggetti esposti nelle vetrine e gli scavi da cui provengono sono abbondantemente commentati da didascalie, spesso minuziose e particolareggiate, e da pannelli collocati sulle pareti, che danno al museo stesso una figurazione scientifica di prim’ordine. Altri numerosi oggetti, di maggiori dimensioni, sono sistemati fuori delle vetrine a completamento del panorama storico e archeologico.
L’esposizione dei reperti archeologici é ripartita in due piani; nel piano terra, si trovano i re-perti d’epoca protostorica venuti alla luce nel territorio urbano di Gela, nonché quelli d’epoca greca dell’Acropoli, della Nave Greca, dell’Emporio di Bosco Littorio e di Capo Soprano. Inol-tre, sempre a piano terra vi è una cospicua serie di vasi attici e corinzi della collezione Navar-ra ed una numerosa serie di reperti delle necropoli arcaiche del Borgo.
Nel piano superiore sono esposti i tre altari fittili scoperti a Bosco Littorio e i reperti prove-nienti dai santuari extraurbani e dai centri d’età protostorica, greca e romana dell’entroterra gelese; nello stesso piano, inoltre, vi sono diverse vetrine contenenti materiali ceramici, vetri e bronzi del periodo medievale della città.
Nel 1997 le pregiate monete d’argento del "Tesoro di Gela" sono state restituite dalla So-printendenza di Agrigento al museo e nel 2001, assieme ad altre di epoche diverse, sono state esposte nel medagliere.
Oltre al materiale esposto nelle vetrine, esiste un’altra grande quantità conservata nello scantinato riservato esclusivamente agli specialisti del settore; il museo, inoltre, é fornito di sala audiovisivi, gabinetto fotografico e di tutto l’occorrente per qualsiasi restauro.
Nel 2003 la direzione del museo è passata dalla dott.ssa M.C. Lentini alla dott.ssa Enza Cilia per poi continuare con gli architetti S. Gueli e E. Turco

Il cratere ritrovato
Frutto di un’operazione di sequestro dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale in collaborazione con la magistratura italiana ed elvetica e le polizie di Ginevra e Basilea, il cratere laconico a figure nere è rientrato a Gela dopo un peregrinare di diversi decenni tra trafficanti, asta londinese di Sotheby’s e mercato di Basilea. In origine il cratere faceva parte di una collezione privata locale che poi, in un periodo imprecisato, fu venduto a un trafficante per conto di tali Giacomo Medici e Robin Symes (quest’ultimo curatore della vendita della Venere di Morgantina al Getty Museum di Malibù), persone senza scrupoli che tra gli anni ’70 e ’80 erano considerate come punti di riferimento europeo dei ricettatori di reperti archeologici clandestini, tant’è che nel 1981, sicuramente attraverso lo smistamento nel Porto Franco di Ginevra, si trovò nel mercato svizzero di Basilea. Il cratere, assieme ad altre centinaia di reperti, è stato sequestrato nel caveau di una villa di un commercialista svizzero, tale S. Bodishops di Basilea, che fungeva da spalla al commerciante giapponese Noryioshi Horiuchi, quest’ultimo già entrato in passato nelle vicende dei traffici internazionali di opere d’arte e grande collettore di antichità archeologiche a suo tempo per il museo giapponese Miho a Shigaraki.
Il catere laconico, che già compariva nel catalogo Christie’s London, fine antiquities - 8 june 1988, nel 1989, durante questo peregrinare, fu studiato da un archeologo olandese Michael Conrad Stibbe il quale ne tracciò i dati che lo contraddistinguono: provenienza da Gela, attribuzione dell’opera al cosiddetto “Pittore della Caccia”, uno degli artisti più eminenti dello stile a figure nere della ceramica laconica, e datazione che, per forma e stile del vaso, stimò nel VI sec. a.C., in particolare tra il 560 e il 555 a.C.
Opera d’arte greca rarissima, se non unica, di notevole valore artistico e di grande pregio, il cratere di Gela possiede una complessa figurazione ripartita essenzialmente tra il collo e il corpo, separati sulla spalla da una prominente decorazione composta da lingue rosse e nere alternate (due nere ed una rossa) e, subito sotto, da una fascia di onde ricorrenti. Un cratere rimasto quasi intatto, da cui il tempo non è riuscito a sbiadire via del tutto l’arte che il suo creatore aveva voluto esprimere. Decorazioni bicromatiche a pennellate verticali, onde cor-renti e file di animali che si snodano sia sulla parte superiore che su quella inferiore del vaso.
La creatività del pittore lasciò spazio a un’arte orientalizzante, giunta nel settimo secolo fino in Laconia (a Sparta), con una scena di predazione di un leone che azzanna un cinghiale e esseri a metà tra donna e aquila, come le sirene, ma anche sfingi alate e galli. Eppoi la scena figurata delle danze di comasti, sul collo del vaso, che seguono con movimenti frenetici il suono della lira. Nelle anse a volute predomina la figura della testa di una Gorgone, figura mostruosa sopravvissuta nell’immaginario collettivo attraverso il mito di Medusa.
Il cratere laconico di Gela, esposto subito dopo il sequestro dai Carabinieri al Colosseo as-sieme ad alcune centinaia di reperti (rimpatriati da Ginevra il 25 giugno 2010), è stato ricono-sciuto nelle foto e dimostrato come proveniente da Gela, da Giuseppe Brugioni e Nuccio Mulè dell’Archeoclub d’Italia, e, in seguito a ciò, consegnato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali all’assessore regionale Gaetano Armao che ne predispose la collocazione definitiva, dal 24 settembre 2010, al Museo Archeologico di Gela.

Sempre su questo stesso piano si possono ammirare gli altari di terracotta ritrovati nel dicembre del 1999 nell'area archeologica di Bosco Littorio e un elmo corinzio del VI-V sec. a.C. ritrovato nei fondali del mare di Gela da due subacquei, i Sigg. Francesco Biundo e il figlio Andrea, e donato dagli stessi al Museo.

Per interessamento dell’Assessore regionale ai BB.CC. e P.I., il concittadino On. Salvatore Morinello, il museo archeologico è diventato regionale. Nel 1998, a cura della dirigente della sezione archeologica della Soprintendenza nonchè ex direttrice del Museo, la Dott.ssa Rosalba Panvini, è stato realizzato un corposo catalogo del Museo con 464 pagine e 512 illustrazioni che rappresenta una pubblicazione più unica che rara.

Nel 2004 la direzione del Museo Archeologico di Gela è stata affidata alla Dott.ssa Enza Cilia.

Al primo piano:   - Gli altari, l'elmo corinzio e il Monetiere  - Sezione IV - Le anfore;  - Sezione V - I santuari extra urbani;  - Sezione VI - Il territorio dalla protostoria all’età greca;  -  Sezione VII - Il territorio dall’età romana a quella medioevale.

Qui di seguito sono riportati i reperti archeologici più importanti e più conosciuti che si possono ammirare nel percorso espositivo del museo di Gela.

skyphos siceliota, a figure rosse, con scena comica, del IV secolo a.C. (vetrina 15);

oggetti recuperati nello scavo subacqueo del relitto della nave greca arcaica, tra cui due rarissimi askoi attici a figure rosse del V secolo a.C. (vetrina 17);

grande frammento di arula fittile del VI secolo a.C. con scena figurata (vetrina 22);  

- documenti epigrafici, dal VI al V secolo a.C., di eccezionale importanza costituiti da iscrizioni votive graffite sotto i piedi dei vasi (vetrina 31);

stamnos figurato (alt. cm. 13,5, diam. cm. 18) di fabbrica locale del VII secolo a.C. (vetrina 32);

- crateri, anfore e lekythoi, provenienti dalle necropoli geloe del VI e del V secolo a.C., rappresentanti della grande ceramica greca con figure nere su fondo bianco e figure rosse su fondo nero (vetrine 32 e 33);  

- grandi sarcofagi fittili, di cui uno decorato internamente con quattro colonnine sormontate da capitelli ionici, dalle necropoli gelesi del V secolo a.C.;

- collezione Navarra, circa 600 pezzi databili tra il VII ed il VI secolo a.C. (vetrine A-H), costituita da vasellame protocorinzio, corinzio e ionico, attico a figure nere e rosse, proveniente da santuari e necropoli geloe scavate nella prima metà dell’800; sul ripiano superiore della vetrina "H" sono esposti alcuni reperti della collezione Nocera, tra essi spicca un bronzetto di atleta (alt. cm. 28) del IV secolo a.C.

La collezione Navarra deriva dalla fusione di due raccolte, quella proveniente da Carlo Navarra Jacona e l’altra da Carlo Navarra Navarra. Di essa un gruppo di vasi, di cui di seguito si darà la descrizione, costituisce la parte più importante e più preziosa, in particolare: la pelike attica a figure rosse raffigurante Teseo e il Minotauro, la lekythos a fondo bianco con la raffigurazione di Aiace che insegue Cassandra, e la lekythos attica policroma su fondo bianco, raffigurante Enea e Anchise.  

 

Pelike (470-460 a.C.) con figure rosse su fondo nero (altezza cm. 36.9, bocca cm. 16,5), con Teseo che uccide il Minotauro, attribuita dal Beazley al Pittore dei Porci; su una parte del vaso é raffigurato Teseo che si slancia contro il Minotauro, brandendo nella destra la spada; il Minotauro sanguinante in atto di fuggire volge lo sguardo verso l’eroe pronto a scagliargli un sasso. Assistono alla scena Minosse con un lungo scettro e Arianna che col seno scoperto, secondo l’usanza cretese, incita con la mano l’eroe; sull’altra parte del vaso sono raffigurati un paidotriba barbato e tre efebi in conversazione.

Teseo, l’eroe più celebre dell’Attica, secondo la mitologia greca, era figlio di Egeo e di Etra; tra le tante imprese compiute la più pericolosa fu quella contro il Minotauro a Creta. Il re cretese Minosse aveva imposto agli Ateniesi un grave tributo: ogni nove anni dovevano mandare sette giovanetti e sette fanciulle a Creta per essere divorati dal Minotauro, il mostro mezzo uomo e mezzo toro, nato dall’unione tra Pasifae, moglie di Minosse, e un magnifico toro, bello, forte e bianco come la neve; esso, mandato da Posidone per confermare il diritto al trono di Minosse, invece di essere sacrificato fu sostituito da un altro toro. Ma lo stesso dio degli abissi accortosi dell’inganno, per vendicarsi ispirò Pasifae ad un pazzo amore per quel toro, sì che cominciò a corrergli dietro per monti e boschi finché lo ridusse al suo desiderio. Ne nacque il Minotauro che Minosse fece rinchiudere nel labirinto costruitogli da Dedalo a Cnosso. Intanto già per ben due volte gli Ateniesi avevano pagato il tributo in vite umane a Minosse e si approntavano per il terzo; ai giovani, però si unì Teseo che con l’aiuto della dea Afrodite, partì per l’isola di Creta. La stessa dea infiammò Arianna, figlia di Minosse, d’amorosa passione verso Teseo e ciò fu la sua salvezza perché essa, grazie anche all’aiuto di Dedalo, gli fornì un gomitolo col quale egli poté penetrare nel labirinto, uccidere il Minotauro e dopo ritrovare la via d’uscita. Dedalo poi per punizione di aver aiutato Teseo, fu rinchiuso assieme al figlio Icaro nel labirinto.

Lekythos (500-480 a.C.) a fondo bianco (altezza cm. 41, bocca cm. 7.5), con la raffigurazione di Aiace che insegue Cassandra, attribuita dalla Haspels al Pittore di Edimburgo; terrorizzata con la testa rivolta verso Aiace, Cassandra apre le braccia cercando con una mano di fermare l’eroe e con l’altra aggrappandosi al Palladio. Ai piedi di Aiace, il serpente Erittonio viene in aiuto della donna. A destra del Palladio compare Athena nell’atto di scagliare una lancia contro Aiace; assiste alla scena Priamo disperato con la mano destra sul capo.

Lekythos (480-470 a.C.) policroma a fondo bianco (altezza cm. 43, bocca cm. 8) con la raffigurazione d’Enea e Anchise, attribuita dal Beazley al Pittore di Brygos: su una parte Enea, che indossa una corta tunica, guida verso destra gli incerti passi del padre tenendolo per il polso; la mano sinistra regge la lancia e lo scudo, sulla testa porta un elmo corinzio sollevato. Anchise indossa un lungo chitone marrone e regge con la sinistra un bastone.

 Coniazione delle monete

Produzione di ceramica a figure nere su fondo rosso

Produzione di ceramica a figure rosse su fondo nero

 

Altri reperti archeologici del Museo Archeologico di Gela

Pianoterra

 

piede di coppa attica del V secolo a.C. con iscrizione votiva ad Antifemo fondatore di Gela (vetrinetta a destra dell’ingresso);

scodellone protostorico d’argilla rustico con sette corni fittili rituali (vetrina 1); quasi di fronte si osservano delle terrecotte architettoniche, con grondaie e canali di scolo, di un santuario;

Archeoclub d'Italia - Sede di Gela - Altri reperti archeologici del Museo Archeologico di Gela

Pianoterra

antefisse di rara bellezza a testa di Gorgone e di Sileno (alt. cm. 23, largh. cm. 11,5) del V secolo a.C. (vetrine 7-8); per quanto concerne il valore artistico delle antefisse sileniche non è esagerato affermare che mai scavo archeologico ha riportato alla luce antefisse più splendide (15). 

statuetta di Kore lapidea del VI secolo a.C. (vetrina 9);

 

Altri reperti archeologici del Museo Archeologico di Gela

Pianoterra

 

testa equina (a. cm. 29, l. cm 41) del V secolo a.C., frammento di acroterio decorativo del fastigio di un piccolo edificio sacro, e grande tegola a forma di cavallo con cavaliere, capolavori della plastica architettonica geloa;

Lekythos (500-480 a.C.) a fondo bianco (altezza cm. 41, bocca cm. 7.5), con la raffigurazione di Aiace che insegue Cassandra, attribuita dalla Haspels al Pittore di Edimburgo; terrorizzata con la testa rivolta verso Aiace, Cassandra apre le braccia cercando con una mano di fermare l’eroe e con l’altra aggrappandosi al Palladio. Ai piedi di Aiace, il serpente Erittonio viene in aiuto della donna. A destra del Palladio compare Athena nell’atto di scagliare una lancia contro Aiace; assiste alla scena Priamo disperato con la mano destra sul capo.

 

Altri reperti archeologici del Museo Archeologico di Gela

Piano superiore

- Mostra espositiva degli altari (V sec. a.C.) ritrovati nell'area archeologica di Bosco Littorio: 1) Altare con la Gorgone Medusa che abbraccia i figli Pegaso e Chrisaore;2) Altare con due scene; in quella superiore è raffigurata una leonessa che azzanna un toro, nell'altra inferiore la triade divina di Demetra, Kore ed Ecate Afrodite;3) Altare con la rappresentazione del ratto di Kephalos da parte di Eos, dea dell'aurora.

 - orecchini aurei del V-VI sec. d.C. provenienti dalla necropoli di Sofiana;

- oggetti dei periodi paleo-cristiano e medievale; un crocifisso paleoslavo in bronzo del X-XI secolo e una serie di piatti dipinti di grande bellezza e di estrema rarità, con figure di animali e di motivi floreali, databili alla fine del XIII secolo;

- grande maschera fittile di Demetra (alt. cm.50, largh. cm. 46) del VI sec. a.C. con velo sul capo e una doppia fila di collane con pendagli a testa di bovino (vetrina n.5);

- lucerna fittile (alt. cm.11, diam. cm. 26) del VII sec. a.C. di fabbrica locale con alternanza di teste umane e di ariete (vetrina n.5);

- sostegno fittile (alt. cm. 15, largh. cm. 24) del VI sec. a.C. di demone accosciato (vetrina n.6);

- reperti protostorici delle necropoli;

- (ballatoio) anfore ellenistiche dal VII al III sec. a.C.;  

Altri reperti archeologici del Museo Archeologico di Gela

Piano superiore - Il monetiere

Strumento indispensabile dell’attività commerciale fu la moneta; inventata poco dopo il 700 a.C. fu da prima d’elettro (una miscela naturale d’oro e argento che era realizzata da individui ricchi con impresso il loro sigillo), poi di metallo fuso, argento e oro;  il monetiere: é un campione di 72 monete d’argento del tesoro di Gela così suddiviso: Agrigento n.23, Gela n.16, Siracusa n.13, Reggio n.1, Zancle n.2, Acanto n.2, e Atene n.15. Lunedì 23 luglio 2001 è una data importante per il Museo di Gela in quanto è stato riaperto il Monetiere, una collezione monetale tardo-arcaica unica del suo genere in tutto il mondo con circa 2000 monete che vanno dal V sec. a.C. al periodo sabaudo, passando per i periodi romano e medievale. Solo la polis aveva il potere di emettere moneta e di garantirla con il proprio simbolo. Il sistema monetario che dall’Età di Pericle in poi ebbe la prevalenza nel mondo greco fu quello ateniese, basato sulla "dramma", un’unità di misura pari a 4,35 grammi d’argento. 

Le monete e le medaglie di Gela effigiavano i suoi tiranni, il Minotauro, una spiga di grano ed i cavalieri (la fama della cavalleria geloa era largamente diffusa nella tradizione degli scrittori antichi). Una delle monete più conosciute oggi é il Tetradramma di Gela con la protome del toro "androprosopo", cioé a testa umana con attributi taurini, personificazione del fiume Gela ed emblema della monetazione geloa; su tali motivi gli antichi maestri incisori di Gela esercitarono tra il VI e il V secolo a.C. la loro capacità di creare capolavori tra i più ammirati della numismatica siceliota. Gli attributi della spiga e del grano e del chicco dell’orzo nella monetazione, posti accanto al simbolo del fiume, chiaramente fanno rilevare che la città di Gela trovava la sua ragione di vita e di prosperità nell’industria agricola, e principalmente dall’abbondanza di tali cereali, dovuti alle provvide acque del Gela, con le quali si beneficiavano i feraci campi per mezzo delle irrigazioni.  I periodi di libertà (democrazia) sono espressi invece col simbolo del cavallo sbrigliato mentre i trionfi olimpionici (Gela fu la prima città siceliota ad essere rappresentata nel Grande Santuario Nazionale di Olimpia) erano rappresentati con la ruota del carro: prima Pantares (nel 488 a.C.), cittadino geloo, e dopo (474 a.C.) Polizelo, tiranno di Gela, vinsero la gara della corsa dei carri rispettivamente in Olimpia (27) ed a Delfi(28); lo stesso Polizelo, in onore della vittoria, donò a quest’ultima città greca una quadriga di bronzo, andata perduta, cui apparteneva il famoso Auriga che si conserva oggi nel Museo di Delfi; i simboli del pesce e del pellicano rappresentano l’abbondanza della pesca e della caccia; la colonna dietro i cavalli della biga raffigura la dovizia dei suoi templi; la figurazione del cavaliere ignudo, a cavallo di un ariete corrente, rappresenta la ricchezza delle sue mandrie.

Reperti archeologici fatti pervenire da un anonimo e consegnati al museo di Gela 

Il testo della lettera dell'anonimo donatore

I reperti donati al Museo di Gela

   

 

Museo Archeologico Regionale di Gela

Comune di Gela

MOSTRA CONVEGNO

20 dicembre 2008, ore 18,30

Uno scavo in Museo: Paolo Orsi e il baule ritrovato

Relatori

Prof. G. Bejor

Dott.ssa C. Lambrugo

Prof. Nuccio Mulè

 

La mostra rimarrà aperta dal 20 dicembre 2008 al 20 gennaio 2009

 

 

 

 

 

 

Da “La Sicilia” di venerdì 24 dicembre 1982

Preziosi reperti archeologici “scoperti” nel municipio di Gela

Preziosi reperti archeologici risalenti al 7° ed al 4° secolo a.C. sono stati scoperti, in maniera alquanto singolare, a Gela. Erano conservati in una vecchia cassa di legno, custodita nell'archivio del Municipio di Gela. La. scoperta è stata fatta lunedì scorso dallo storiografo gelose Nuccio Mule, un giovane professore del liceo scientifico «Elio Vittorini», da qualche anno impegnato in un'appassionata ricerca di notizie e documenti sulla Gela antica. Mule, autore di due pubblicazioni (Appunti su Terranova di Sicilia e «Relazione antica d'istoria terranovese», che è una decifrazione di un manoscritto del Settccento dello storico locale Benedetto M. Candioto), sta conducendo proprio in questi mesi ricerche riguardanti aspetti socio-economici, artistici e folkloristici di Gela a partire dai primi anni dell'Ottocento. Nell'ambito di questa sua attivita lunedì scorso si è reca to in Municipio, e precisamente nell'archivio comunale. Qui ha rinvenuto una cassa, originariamente adibita alla custodia di una mitragliatrice, contenente decine di reperti archeologici. Nuccio Mule, rendendosi conto dell'importanza della scoperta, ha informato le autorità comunali, le quali, a loro volta, hanno awisato la sevrintendenza alle antichità di Agrigento. Al Comune è intervenuto, quindi, personale del locale museo, che ha sigillato la cassa. Mercoledì mattina alla presenza del vice «sindaco Liardi, il personale del mu- seo ha provveduto all'inventario del materiale, che subito dopo è stato trasferito al museo archeologico. Nella cassa sono stati ri-trovati diversi vasi acromi di fabbricazione locale risalenti al 7° secolo a.C., vasetti di origine preca con decorazioni di color rosso su fondo nero, risalenti al 4° secolo a. C., un frammento di vaso sulla cui superficie è raffigurata una vestale; alcune piccole teste di terracotta; oggetti oer riti religiosi (una pisside, un un-guentario, eccetera): una base di un piccolo altare con frammenti di zampe di Ieone; alcune lucerne e diversi pesi; una punta di lancia in bronzo; frammenti di una mandibola con premolare e molare in buono stato di conservazione; nonché altri oggetti e frammenti di antica fattura. Secondo quanto ha potuto accertare lo stesso prof. Mulè. attraverso una prima sommaria indagine storiograftca, nella primavera del 1899 nella «vanella Cuba» (l’attuale via Mario Aldisio Sammito e vie adiacenti) nel corso di lavori di pavimentazione furono portati alla luce circa 500 sarcofaghi contenenti un enorme quantitativo di oggetti risalenti all’età ellenica. Gli scavi furono coordinati dall'allora direttore del regio museo archeologico di Siracusa. prof. Paolo Orsi. Tutto il prezioso materiale venne temporaneamente custodito dal consigliere comunale e scrittore gelese Mario Aldisio Sammito, il quale, dopo qualche tempo, lo faceva pervenire al Comune di Terranova. A due anni dal ritrovamento, Paolo Orsi consigliava le autorità comunali di Terranova a donare il materiale al museo archeologico di Siracusa. L'amministrazione dell'epoca però non fu d'accordo. E infatti, cori delibera n. 590 del 31 maggio 1901, avente per oggetto «oggetti rinvenuti nelle vie del Borgo-Risposte al direttore Orsi», decideva che metà del reperti ritrovati dovevano rimanere a Terranova come proprietà del Comune, in base ad un contratto stipulato il 6 agosto del 1900 dalla civica amministrazione ed il Ministero della Pubblica Istruzione. Il materiale ritrovato lunedì da Nuccio Mule è soltanto una parte alquanto limitata di quello conservato negli archivi comunali prima della costruzione dell'attuale Palazzo di città. Ma probabilmente quello mancante o è andato distrutto oppure (ipotesi più verosimile) è stato trafugato.

ELIO CULTRARO

Dal Giornale di Sicilia di venerdì 14 dicembre 1982

Nell’archivio del Comune reperti archeologici dimenticati da un secolo

Una interessante scoperta di materiale archeologico è stata fatta nei giorni scorsi a Gela. La sede del rinvenimento ha, invero, dell'insolito. I reperti giudicati dai tecnici del museo archeologico gelese «molto validi a livello di studio» — sono stati ritrovati, infatti, nell'archivio comunale, casualmente, da uno studioso. Il materiale, custodito in una cassa da mitragliatrice, è costituito da vasi, anforette, frammenti di crateri figurati, da una pisside, da un unguentario, statuette di terracotta e da una punta di lancia in bronzo, e viene fatto risalire all'epoca tra il IV ed il V secolo a.C. Il prof. Nuccio Mule, un apprezzato studioso che ha già alle spalle una pubblicazione intito- lata «Appunti su Terranova di Sicilia», stava rovistando nel piano superiore dell'archivio comunale, dove è conveniente recarsi con tanto di maschera da chirurgo, tanta è la polvere che vi risiede. Mule ha visto questa cassa, l'ha aperta e con grande sorpresa vi ha trovato dentro i reperti, che hanno a prima vista un inestimabile valore archeologico. Ha avvertito il capo dell'amministrazione comunale, che ha chiesto l'intervento dei tecnici del museo, che a loro volta, avvertita la sovrintendenza alle antichità di Agrigento, hanno sigillato la cassa, lasciata incustodita nel palazzo comunale. Il prof. Mule ha fatto una sommaria ricostruzione del come e del perché quel materiale si trovava in quel posto, dimenticato da tutti. Racconta che durante una campagna di scavi promossa alla fine dell'800 dall’allora sovrintendente al museo archeologico di Siracusa, tale Paolo Orsi, venne rinvenuto in varie zone di Gela (parco delle Rimembranze, Capo Soprano, rione Borgo , ecc.) una gran quantità di reperti archeologici. Orsi avrebbe voluto portare a Siracusa tutto il materiale rinvenuto, ma l'amministrazione comunale del tempo, presieduta dal sindaco comm. Antonino Nocera, con deliberazione proposta dal consiglio comunale recante il n. 590 del 1901, decise di trattenere per sé la metà del materiale rinvenuto nel corso degli scavi. E’ probabile che il materiale ritrovato in questi giorni e cu-stodito proprio nell'archivio comunale possa essere quello spettato al Comune. Mulè ritiene comunque che molte cose sono andate disperse, magari durante la ricostruzione dell'edificio comunale ed il recupero di questi giorni è stato possibile solo perché il materiale era stato custodito nella cassa. I reperti saranno in questi giorni esaminati da esperti della sovrintendenza, che disporranno un immediato restauro. Si tratta di materiale greco di importazione, e in parte proveniente da fabbriche locali. Tra questo un frammento di arula, un altarino con due zampe a forma di testa di leone.

                                                                                              Rocco Cerro

 

Un vaso greco di inestimabile valore,  rubato a Gela nel 1973,

esposto prima in un museo tedesco e poi a Tokyo

    A questa scoperta è arrivato Nuccio Mulè, cultore di patrie memorie, mentre stava svolgendo una ricerca per individuare i vasi antichi provenienti da Gela che si trovano esposti nei musei nazionali ed esteri. La peculiarità di questa scoperta, però, consiste nel fatto che il vaso in oggetto, una pelike a figure rosse del V sec. a.C., è stata rubata alla famiglia Aldisio di Gela nel febbraio del 1973. Fino ad oggi di tale vaso si erano perdute le tracce, nonostante che in quell’anno il proprietario aveva denunziato il furto.

    Tale casuale ritrovamento, pone tutta una serie di domande; Il museo tedesco di Wurzburg che lo detiene o che lo deteneva, avendolo acquistato o avendolo fatto esporre incautamente ci fa comprendere come possa funzionare il mercato clandestino dei reperti antichi dove ai tombaroli senza scrupoli si aggiungono musei, fondazioni e privati che acquistano spudoratamente senza porsi nessun problema sulla provenienza. Purtroppo Gela è stata, e lo è ancora, la principale città d’Italia che è stata massacrata dalla sottrazione clandestina  di reperti archeologici di notevole valore; vasi protostorici, vasi greci corinzi e attici di tanti tipi, monete greche e quant’altro trafugati in diverse epoche e venduti a privati e ai maggiori musei d’Europa, reperti venuti alla luce dalle necropoli arcaiche del Borgo e della Villa Comunale, dal Cimitero, da Via Palazzi e dalle diverse contrade di Capo Soprano, da Piazza Calvario, da Montelungo, da Molino a Vento, da Bitalemi oltre che dai poderi Sola, Lauricella, La Paglia, Camarella,  Aldisio-Cartia, Di Bartolo, Maugeri, Salerno, Leopardi, Rosso-Russo, Catalano, Tascone, Romano-Lo Bartolo, Jozza, Bentivegna, Bresmes, Riccobene, Moscato, ecc.; ed ancora reperti dai resti di numerosi villaggi e fattorie d’epoca della campagna e del suburbio di Gela.

Il vaso in oggetto è una pelike attica a figure rosse databile al V sec. a.C. alta circa 43 centimetri. Negli anni Cinquanta è stata studiata e riconosciuta quale opera del “Pittore dei Niobidi” dal famoso Sir John Beazley (1885-1970), archeologo e professore all’Università di Oxford che si  dedicò allo studio della ceramica greca e che fondò l’archivio omonimo presso l’Ashmolean Museum, archivio informatizzato nel 1975 e disponibile sul web sin dal 1995.

    Il 16 dicembre del 1957 la famiglia proprietaria della pelike rubata ricevette un decreto dell’allora Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Maria Jervolino con cui il vaso venne dichiarato “di interesse artistico e storico particolarmente importante…”. La figurazione del vaso si riferisce a due scene, sul lato a un guerriero con corazza e scudo tra due fanciulle e una colonna con capitello dorico, sul lato b due fanciulle in libagione vicino ad un altare assieme ad un uomo barbato che si appoggia ad un bastone. Sopra e sotto le scene il vaso è corredato rispettivamente di disegni di palmette oblique e di meandri intervallate da croci.

    Il vaso, prima di essere rubato, ha subito diversi interventi quali l’incollatura delle anse e la perfetta ricomposizione dopo una rottura accidentale.

    Si spera che il reperto rubato possa rientrare a Gela e, per arrivare a questo obbiettivo, si avrà cura di informare le competenti istituzioni del ritrovamento.

 

Vasi attici di Gela nel mondo

Mostra permanente di pannelli al Museo Archeologico di Gela

     L’interesse sul reperimento di luoghi, musei e collezioni private, in cui si trovano i reperti archeologici di Gela, vasi greci in particolare, trafugati nel corso degli ultimi 150 anni, ha da sempre coinvolto studiosi e cultori di patrie memorie i quali hanno tentato con alterne vicende di censire questo prezioso ed enorme patrimonio.

    Interessante sotto questo aspetto è una vecchia pubblicazione, di Paolo Orsi, sugli scavi archeologici condotti nel nostro territorio nel primo quinquennio del 1900 (Gela, scavi del 1900-1905, Roma 1906) che, oltre a rappresentare un vero e proprio diario di scavi con la descrizione dei reperti venuti alla luce, ci fornisce delle notizie interessanti sul loro trafugamento perpetrato a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Così, tra l’altro, si legge dell’esistenza di diversi possidenti (in particolare Russo, Aldisio, Mallia, Nocera, Navarra, ecc.) che riuscirono a collezionare una cospicua quantità di vasi greci, e non solo, che in buona parte vendettero a diversi musei esteri e a collezionisti privati. Si trovano notizie anche sul console britannico a Palermo che, venuto a Gela assieme alla moglie, acquisì e trasferì poi, impunemente, una cospicua quantità di preziosi reperti archeologici in Inghilterra.

    Un destino amaro quello dei vasi greci di Gela trafugati che purtroppo è continuato a perpetuarsi anche in tempi recenti, contribuendo a depauperare significativamente il nostro patrimonio archeologico.

    L’idea di realizzare un repertorio di vasi che in tempi diversi sono stati ritrovati nel territorio di Gela e che sono stati trasferiti in altre sedi comprese quelle dei musei  di Siracusa, Palermo ed Agrigento, ha avuto un primo contributo durante una mostra iconografica, organizzata dalla sede locale dell’Archeoclub d’Italia, realizzata nell’aprile del 1997 nei locali degli ex granai del palazzo ducale in occasione della riapertura del Museo Archeologico di Gela. In quella occasione l’Archeoclub presentò, tra l’altro, i risultati di una ricerca con il censimento di una cinquantina di vasi greci ubicati in diversi musei americani, inglesi e tedeschi ma anche siciliani come quello di Siracusa.

    Un notevole e prezioso contributo al censimento di questo patrimonio, recentemente lo ha dato il Prof. Filippo Giudice, docente ordinario di Archeologia Classica presso l’Università degli Studi di Catania, con la presentazione sul libro Ta Attika di quasi un migliaio di schede relative ad altrettanti vasi conservati sia nei musei esteri che in quelli siciliani, museo regionale di Gela compreso.

    La mostra, realizzata in collaborazione col Museo Archeologico Regionale di Gela e frutto di una laboriosa ricerca e di una progettazione grafica effettuate dal Prof. Nuccio Mulè, in 67 di pannelli presenta oltre un centinaio di vasi greci, in stragrande maggioranza attici, reperiti soprattutto attraverso Internet con una meticolosa ricognizione che ha scandagliato centinaia e centinaia di siti web, in particolare quelli dell’Archivio Beazley di Oxford e del Perseus Project della Tufts University di Boston. Sono stati inoltre consultati, sempre tramite Internet, diverse decine di Corpus Vasorum Antiquorum, prestigiosa pubblicazione internazionale della Union Academique Internazionale,  da cui sono stati attinti i dati più significativi che compaiono nelle didascalie dei vasi.

    I pannelli della mostra, ripartiti tra il pianoterra e il primo piano, per scelta del direttore del museo Arch. Salvatore Gueli, rimarranno a corredo dell’esposizione museale, così da contribuire, anche se in modo virtuale e senza confini geografici, all’impinguamento del patrimonio archeologico del nostro territorio, i cui vasi sono ambasciatori  di Gela nel mondo.

    La segreta speranza è quella di attirare e tenere sempre viva l’attenzione sul bene culturale da parte soprattutto dei giovani e di contribuire a valorizzare al massimo questo nostro museo

occasione l’Archeoclub presentò, tra l’altro, i risultati di una ricerca con il censimento di una cinquantina di vasi greci ubicati in diversi musei americani, inglesi e tedeschi ma anche siciliani come quello di Siracusa.

    Un notevole e prezioso contributo al censimento di questo patrimonio, recentemente lo ha dato il Prof. Filippo Giudice, docente ordinario di Archeologia Classica presso l’Università degli Studi di Catania, con la presentazione sul libro Ta Attika di quasi un migliaio di schede relative ad altrettanti vasi conservati sia nei musei esteri che in quelli siciliani, museo regionale di Gela compreso.

    La mostra, realizzata in collaborazione col Museo Archeologico Regionale di Gela e frutto di una laboriosa ricerca e di una progettazione grafica effettuate dal Prof. Nuccio Mulè, in 67 di pannelli presenta oltre un centinaio di vasi greci, in stragrande maggioranza attici, reperiti soprattutto attraverso Internet con una meticolosa ricognizione che ha scandagliato centinaia e centinaia di siti web, in particolare quelli dell’Archivio Beazley di Oxford e del Perseus Project della Tufts University di Boston. Sono stati inoltre consultati, sempre tramite Internet, diverse decine di Corpus Vasorum Antiquorum, prestigiosa pubblicazione internazionale della Union Academique Internazionale,  da cui sono stati attinti i dati più significativi che compaiono nelle didascalie dei vasi.

    I pannelli della mostra, ripartiti tra il pianoterra e il primo piano, per scelta del direttore del museo Arch. Salvatore Gueli, rimarranno a corredo dell’esposizione museale, così da contribuire, anche se in modo virtuale e senza confini geografici, all’impinguamento del patrimonio archeologico del nostro territorio, i cui vasi sono ambasciatori  di Gela nel mondo.

    La segreta speranza è quella di attirare e tenere sempre viva l’attenzione sul bene culturale da parte soprattutto dei giovani e di contribuire a valorizzare al massimo questo nostro museo che accoglie numerose e preziose testimonianze della storia di Gela e della sua civiltà, un tempo primaria nel Mediterraneo.

 

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