Beni culturali di Gela a cura di Nuccio Mulè

 

Come ripristinare la viabilità di via Giacomo Navarra Bresmes

nell’attesa dell’imminente completamento dello scavo archeologico

 

Negli anni Sessanta, e qualche decennio dopo, si è posto il problema di non chiudere o restringere la carreggiata di Corso Vittorio Emanuele in concomitanza della costruzione di due palazzi prospicienti lo stesso Corso, prima quello del Banco di Sicilia e poi l’altro di fronte via Morso, stradina attigua alla piazzetta della palma. Nei due casi ricordo bene che il marciapiede opposto fu trasformato in carreggiata e ancora, di tale provvido intervento, rimangono i segni. Ovviamente a costruzioni terminate fu ripristinato lo stato dei luoghi originario. Adesso senza avere nessuna pretesa e senza offendere nessuno mi si permetta di proporre un’idea per ripristinare il traffico in via Giacomo Navarra Bresmes, già da più di due mesi chiusa al traffico veicolare, quella di realizzare la stessa identica cosa fatta per i due palazzi con un intervento a mio parere possibile da parte dell’Amministrazione comunale senza che la stessa "vada in fallimento". Vediamo come. Parto dal presupposto che tra il lampione di piazza Umberto I e Ia via in oggetto, ci sono circa sei metri di spazio su cui, allo stesso modo di quando furono costruiti i due palazzi di cui sopra, poter ricavare provvisoriamente una carreggiata a senso unico nord-sud, ovviamente con l’asportazione provvisoria sia di una mezza dozzina di paletti di segnaletica sia della tabella dove è riportata la piantina della città. Intanto, sulla stessa via Giacomo Navarra Bresmes, spostando e accumulando razionalmente la terra di qualche metro verso lo scavo, si può ripristinare debitamente un’altra corsia, anche questa a senso unico in direzione sud-nord, quindi inversa rispetto alla prima. Alla fine, volere è potere sempre a mio parere, sarebbe una soluzione semplice e tale da ricostituire il traffico veicolare nonostante la presenza dell’area sottoposta allo scavo archeologico su cui si dovrebbe essere celeri a terminarlo. Sinceramente non so se è possibile che questo intervento possa esser realizzato, però, almeno chi di dovere ci può riflettere sopra.

 

GELA

LA CAPORETTO DELL'ARCHEOLOGIA DEL MEDITERRANEO

DOSSIER

 

    Acropoli di Molino a Vento: area di più di dodici ettari, attigua al Museo, dove i coloni rodio-cretesi costruirono a partire dal VII sec. a. C. i templi e i santuari della nuova città e dove sotto il piano greco arcaico esiste un ricco strato protostorico contenente ceramica dell’Età del Rame e del Bronzo con tombe a fossa circolare oltre alle vestigia di un villaggio capannicolo dell’Età del Bronzo. Area spesso ad alterna fruizione sia per la continua crescita di erbacce, sia per la presenza di cani randagi (sic).

 

    Fortificazioni Timoleontee: area di circa ventuno ettari dove insiste una cinta muraria, di più di 300 m., un unicum del IV sec. a.C. nel mondo occidentale, che oggi versa in uno stato deprecabile con diverse lesioni oltre agli scavi attigui di un abitato nel più completo abbandono; anche qui, presenza di erbacce e di diversi cani randagi (sic).

 

 

 

Bagni greci: una struttura risalente al IV sec. a.C. fruibile anche se spesso sottoposta a pulizia da associazioni private.

    Bitalemi: una superficie di ben nove ettari con la presenza di reperti appartenenti a tre epoche diverse, greca, romana e medievale, mai portata alla pubblica fruizione dopo la sua scoperta negli anni Sessanta. Peraltro con una recinzione in ferro, più di un chilometro, della stessa area che è stata completamente divelta e rubata.

 

 

 

 

 

 

 

    Scalo ferroviario: una superficie di quasi un ettaro con un abitato del IV sec. a.C. su cui doveva nascere una considerevole struttura museale chiusa di quasi 200 X 20 m. con le vetrine espositive attigue allo scavo archeologico. La struttura, totalmente abbandonata nei decenni, oggi rappresenta uno degli esempi più unici che rari al mondo di degrado e di vandalismo in tempo di pace.

  

     Emporio di Bosco Littorio: un’area di circa tredici ettari con muri in mattone crudo lasciata al degrado da decenni e oggi fortunatamente all’attenzione dell’istituzione con la prosecuzione dello scavo archeologico da parte dell’Università di Catania.

    Piano Camera: con tracce di insediamenti geloi di epoca classica e vestigia tardo-imperiali del V sec. da tempo scomparsa alla vista per la persistente presenza di erbacce.

Necropoli protostoriche

    Tre necropoli in contrada Manfria: due protostoriche, (una di epoca “castellucciana” di circa 2.200 anni a.C.) e una paleocristiana del III sec. totalmente abbandonate dall’istituzione. In quell’area della necropoli di Manfria di epoca castellucciana di contrada I Lotti, sottoposta a vincolo archeologico così come tutte le altre, il proprietario del terreno addirittura l’ha recintata e sottratta impunemente alla pubblica fruizione. Lo poteva fare?

 

 

 

 

 

 

     Necropoli di Grotticelle: un complesso catacombale paleo-cristiano nel più completo degrado.

 

 

 

 

 

 

     Necropoli protostoriche di Disueri: seconde solo a quelle di Pantalica, in maggior parte ancora non censite, in fase di degrado e abbandono pluridecennale senza mai una benchè minima pubblica fruizione.

 Archeologia subacquea

    Nave greca di Gela: scrivere sulla nave greca rinnova i dolori di una ferita ancora sanguinante dal momento che non si vede una soluzione per far fruire tale reperto unico al mondo, oggi purtroppo ancora incassettato al Museo di Gela, dopo la sua scoperta nel 1988 e il suo costoso restauro in Inghilterra; che si sappia, in media tra la scoperta, il recupero e la fruizione di un relitto di una nave antica passano mediamente dieci anni, per quello di Gela già ne sono passati ben trentuno. E quando poi si viene a sapere che il museo della nave, in attesa di nuovi finanziamenti, sarà costruito solo come contenitore senza suppellettili, vetrine e strutture di accoglienza del reperto, cadono le braccia. Quando altro tempo dovrà passare allora?!!

 

 

 

 

 

 

     Area archeologica subacquea di Bulala: un’altra branca dell’archeologia gelese si riferisce a quella subacquea di contrada Bulala, ed è forse l’unica che recentemente ha avuto le dovute gratifiche di salvaguardia e fruizione dei reperti ritrovati grazie all’impegno del Prof. Sebastiano Tusa, già a capo della Sovrintendenza del Mare, e della sue equipe, impegno che peraltro avrà un prossimo risultato, quello della mappatura (gratuita) dei fondali del luogo da parte di un’azienda svizzera.

Monumenti

    Castelluccio: importanti resti di un castello di epoca federiciana sul cui restauro sono stati investiti una notevole quantità di soldi pubblici; la sua fruizione è avvenuta felicemente per qualche anno, però, poi in mancanza di altri soldi per la tutela è stato abbandonato in preda al degrado e al più becero vandalismo. Oggi una pena dolorosa nel visitarlo. Recentemente di tale struttura, dal sindaco dimesso Domenico Messinese, si è venuti a conoscenza che è proprietà privata (sic).

 

 

 

 

 

 

    Mura di cinta federiciane: mura di cinta demaniali della città, abbandonate al destino spesso infelice dell’uso privato, peraltro con una torre semisferica cadente e puntellata da più di trent’anni in via Mediterraneo e un cantone pericolante del castrum federiciano di piazza Calvario nell’inutile attesa di essere ripreso. Inoltre, nel cortile di detto castrum esiste un’area archeologica di circa tre mila metri quadri con attestazioni di epoca greca e medievale, uno scavo archeologico importante dimenticato e anche questo lasciato al disinteresse più totale.

 

 

 

 

 

 

 

 

    Chiesette di San Biagio e San Nicola di Tolentino: una chiesetta di epoca arabo-normanna e una di fine Ottocento con un colombaio cimiteriale e una considerevole cripta; la prima chiesetta da qualche lustro pericolante, la seconda saccheggiata e profanata da spietati tombaroli. A queste due chiese si aggiunga pure l’altra delle Suore Benedettine di clausura, chiusa al culto da chissà quanto tempo e ancora in attesa (lunga) di essere restaurata.

 

 

 

 

 

 

 

 

     Torre di Manfria: una struttura camillianea secentesca di avvistamento e segnalazione, ancora in uno stato accettabile, di proprietà privata che mai l’istituzione seriamente ha cercato di acquisirla come bene di pubblica utilità. Oggi purtroppo abbandonata e in preda a sicure prossime speculazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Diga di Grotticelle: una struttura di contenimento del 1563 delle acque del Fiume Gela, forse la prima costruita in Sicilia, abbandonata da più di mezzo secolo.

 

    Basolati di strade e vicoli: nel corso degli ultimi decenni l’impianto medievale del centro storico di Gela è stato penalizzato dalla scelta ignorante e inusitata delle varie amministrazioni comunali con la eliminazione degli originari lastricati.

Archeologia militare

    Il 10 luglio del 1943 Gela, oltre a Pachino, fu scelta come punto di sbarco degli Alleati nell’Operazione Husky. Questo lontano avvenimento, assieme alle strutture di difesa sparsi in città e nelle campagne, non è stato mai sfruttato a livello regionale per realizzare un’attrazione di archeologia militare così come si fa in diverse cittadine della Normandia come ad esempio a Bénouville il cui sindaco recentemente è venuto a visitare i bunker di Gela, proponendo tra l’altro un gemellaggio soprattutto come punto di riferimento d’interesse turistico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     E non si vuole continuare con questo venefico elenco di denunzia se non citando, infine, le numerose aree archeologiche della Piana del Gela, i vecchi campi geloi di virgiliana memoria, sede dell’ex Plaga Calvisiana di epoca romana, e di quelle limitrofe di Bubbonia, Desusino, ecc., con attestazioni di diverse epoche. Così come non si vuole fare riferimento alla inspiegabile sottrazione al Museo di Gela, tra il maggio del 1999 e il novembre del 2001, di ben 936 cassette piene di reperti archeologici per essere trasferiti al Museo di Caltanissetta.

Prof. Nuccio Mulè

 Un arcipelago archeologico nel centro storico di Gela

Dopo il recente ritrovamento degli archeologi di una necropoli del IV sec. a.C. durante lo scavo per la posa della nuova rete idrica in via Genova, come tanti altri molto incuriosito, ho ritenuto di fare una visita per capire meglio, al di là delle notizie divulgate dai mass-media, di cosa si trattasse. Sono rimasto sorpreso e sbalordito alla vista di una superficie di scavo di diverse decine di metri quadri dove compariva una parte di una necropoli con qualche decina di tombe alcune delle quali si interrompevano a ridosso della strada e della recinzione in muratura delle case attigue. Un’antica necropoli che subito s’intuiva estendersi al di là di quello che si vede nello stesso scavo.

L’archeologo che scavava dentro le tombe con una piccola cazzuola sembrava stesse effettuando un intervento chirurgico tanta era la cura che aveva nel maneggiare l’attrezzo per togliere il terriccio da cui fuoriuscivano frammenti di vasi e di tombe cappuccine, risultato di una lontana e clandestina profanazione.     

Inevitabilmente ci si fa sempre una domanda: che fine farà questa “città dei morti” quando lo scavo archeologico e i soldi termineranno? Il risultato, viste le precedenti esperienze simili, è sempre lo stesso, finita la posa della tubazione si ricopre il tutto e della necropoli rimane solo il ricordo. E invece non dovrebbe essere così! A modesto parere dello scrivente, stavolta sarebbe ora di cambiare registro. E quindi prospettare una condizione affinché l’Amministrazione comunale o chi per essa, in concorso con le competenti istituzioni, diventasse promotrice della scelta di coprire parte dello scavo con lastre di plexiglass o di vetro spessi e resistenti per renderlo visibile alla fruizione pubblica. Nel caso specifico di via Genova si potrebbe allargare lo scavo archeologico della necropoli a tutta la sua estensione con una sua conseguenziale chiusura al traffico veicolare, traffico che potrebbe essere dirottato nelle vicine vie di questo complesso abitativo dell’INA-CASA.     Se si fosse intervenuti con la copertura delle suddette lastre a tutti gli altri scavi archeologici effettuati nel corso dei passati decenni, sicuramente il nostro centro storico oggi sarebbe costellato da numerose isole di un “arcipelago archeologico”, che opportunamente avrebbe rappresentato una risorsa per il turismo archeologico e per la sua rinascita a cui ormai, visti i risultati, credono in pochi anche perché le competenti istituzioni non si sono mai mosse veramente in tal senso.     Comunque vada, infine, non sarebbe un’idea malvagia quella che i dirigenti e i docenti della scuola di ogni ordine e grado coinvolgessero i loro alunni a visitare gli attuali scavi archeologici di via Genova e di via Giacomo Navarra Bresmes prima della loro chiusura, sarebbe importante sia dal punto di vista didattico, sia nel favorire agli alunni il senso di appartenenza al territorio ed ai beni culturali che in esso ricadono.

Nuccio Mulè



Scavi in via Genova


L
ETTERA APERTA ALLE ISTITUZIONI                                                                
Al Comune di Gela    
Alla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Caltanissetta
All’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana
e p.c. ai Mass-media
Oggetto: archeologia preventiva per la tutela del patrimonio archeologico.    
Gli scavi di via Giacomo Navarra Bresmes a Gela stanno riservando sorprese incredibili di ritrovamenti che necessariamente debbono avere il conforto delle istituzioni competenti per la prosecuzione dello scavo archeologico. E quando scriviamo di istituzioni, ognuna per le proprie competenze, ci riferiamo al Comune di Gela, alla Soprintendenza di Caltanissetta e soprattutto l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali affinchè da esso, in particolare, vengano adottati (se eventualmente ancora non l’hanno fatto) i provvedimenti legislativi dell’Archeologia Preventiva con lo scopo di conciliare l'esigenza di tutela del patrimonio archeologico con le necessità operative delle attività che comportano lavori di scavo. Infatti, gli scavi odierni di Gela della società Caltaqua Acque di Caltanissetta, attigui alla Madrice, devono essere sottoposti tramite la Soprintendenza di Caltanissetta al D.Lgs. n. 50/2016, con l’obbligatorietà dell'applicazione dell'art. 25 ai fini di una verifica preventiva dell'interesse archeologico sulle aree interessate alle opere da attuare. L'applicazione dell'iter procedurale, previsto da tale articolo, permette alla committenza di opere pubbliche di conoscere preventivamente il rischio archeologico dell'area su cui è in progetto l'intervento e di prevedere in conseguenza eventuali variazioni progettuali, difficilmente attuabili in corso d'opera, in attuazione del disposto dell'art. 20 del D.Lgs. 42/2004 e simili che recita: "i beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione".     Inoltre, con la legge 109 (del 25 giugno 2005, poi recepita negli artt. 95-96 del d. legisl. 12 apr. 2006 nr. 163 - Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE) e con l’art. 95 è stata così definita la procedura della cosiddetta Verifica Preventiva dell’interesse archeologico, conosciuta meglio con l’acronimo di VIArch (ovvero Valutazione Impatto archeologico) che impone alle stazioni appaltanti di trasmettere al soprintendente copia del progetto preliminare dell’intervento corredata dagli esiti di studi e analisi geo-archeologiche preliminari, e, per le opere a rete, l’interpretazione del telerilevamento, nonché le ricognizioni di superficie sulle aree interessate dai lavori. E tutto ciò non solo perché possa interessare Gela ma anche per dare un valido contributo a tutta la scienza archeologica.     Cosa sta venendo alla luce su questo asse viario di fronte la chiesa Madre a Gela? In sintesi sono stati ritrovati una cisterna greca, da iniziare a scavare, e un butto, ovvero un pozzo rettangolare di epoca medievale da cui già gli archeologi della Soprintendenza di Caltanissetta hanno estratto reperti ceramici di diverse epoche che partono dal 1250 per arrivare fino al Rinascimento e che dimostrano l’importanza di Gela in epoca basso-medievale, importanza sotto molti aspetti ancora sconosciuta. Da tali ritrovamenti, ancora in fase iniziale, si comincia già a delineare una storia della città tutta da scrivere nel contesto medievale della Sicilia.     Con quest’altra occasione da non perdere è giunta l’ora di attivarsi per dare un destino diverso alla nostra città dopo quello illusorio dell’industria petrolchimica. Gela deve ritornare ad essere una città dove l’archeologia dovrà rappresentare il punto di svolta per una nuova economia e una nuova politica occupazionale, basate ambedue sul turismo archeologico. Cosa che i nostri amministratori (locali, provinciali e regionali), tutti e nessuno escluso, dal dopoguerra ad oggi non hanno saputo né vedere né tantomeno voluto considerare.
Nuccio Mulè, cultore di patrie memorie.



Butto medievale

Cisterna greca
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Il 12 agosto u.s. sono stati recuperati nel mare di Bulala a Gela dei vasi acromi e un rarissimo louterion marmoreo grazie alla segnalazione del ritrovamento di Franco Cassarino. I reperti del VI sec. a.C. saranno restaurati dalla Soprintendenza del Mare e assicurati alla fruizione nel Museo Archeologico di Gela.

 

Louterion marmoreo (VI sec. a.C.)

Vasi acromi e frammento di anfora del VI sec. a.C.

 

Ritrovati nel mare di Bulala a Gela i resti di diversi mezzi bellici dello sbarco americano del 1943, tra cui quelli di un carro armato americano Sherman. Se si vogliono avere più dettagli copiare il seguente link:

https://www.archeomedia.net/gela-cl-il-museo-dello-sbarco-a-gela-si-se-si-vuole-sara-possibile/

    Il Museo Archeologico di Gela da oggi si arricchisce di nuovi, importanti e inestimabili reperti archeologici; infatti stamattina sono arrivati dalla Soprintendenza del Mare di Palermo i reperti archeologici individuati nel 2017 nei fondali del mare di Bulala grazie a Franco Cassarino. Si tratta essenzialmente di due elmi corinzi e di una quarantina di oricalchi che si aggiungono a quelli ritrovati nel 2014 sempre negli stessi fondali. In particolare, la scoperta e il recupero, effettuato dalla Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera di Gela, di questi oricalchi di ottone del VI sec. a.C., nei fondali del mare di Bulala, rappresenta un avvenimento di enorme rilevanza scientifica nel campo dell’archeologia a livello mondiale tant’è che lo scorso 10 marzo, il Prof. Nishiyama dell’Università giapponese di Nara, si è fatto diecimila chilometri per venire qui a Gela e vederli da vicino.

    L’avvenimento di oggi, però, non ci deve far dimenticare che la nostra città si trova in una situazione economica e occupazionale molto precaria per la dismissione del petrolchimico, pertanto, è necessario reinventarsi come rilanciare l’economia di Gela: il turismo archeologico è una via da seguire e quindi le forze politiche degli enti locali e quelle imprenditoriali di Gela sono chiamate in prima persona a dare il loro contributo sia a livello di idee sia anche e soprattutto a livello economico. In particolare, in quest’ottica è necessario e imprescindibile realizzare anche il tanto agognato museo della nave, cui già è stato assegnato il finanziamento.

    L’archeologia di Gela, purtroppo fino a oggi considerata un evento sporadico e sottotono in ambito nazionale, deve diventare oggetto di interesse strutturale sia per i tour operator, che sono quelli che portano i turisti, sia per la Regione siciliana cui spetta il compito di reinserire con tutti i titoli che le spettano la nostra città negli itinerari turistici isolani e di ciò specificamente si sollecita l’intervento della Regione Sicilia, affinchè si faccia carico di dotare la nostra città e gli enti preposti, la Soprintendenza del Mare in particolare, di strumenti e risorse necessari.

UN NUBIFRAGIO DEVASTANTE NEL TERRITORIO DI GELA NEL 1953 (a cura di Nuccio Mulè)
“Violento nubifragio iniziatosi stanotte et tutt’ora in corso habet provocato allagamento ventiquattro alloggi popolari quartiere Alemanna punto Famiglie sfollate mezzo barca…” con le parole iniziali di questo telegramma, datato 26 ottobre 1953, il Sindaco Francesco Vella informava il Ministro degli Interni Amintore Fanfani, il Presidente della Regione Franco Restivo, il Provveditore alle Opere Pubbliche di Palermo e l’On.le Salvatore Aldisio dell’alluvione che in quell’anno coinvolse il Villaggio Aldisio e le contrade Settefarini, Margi, Macchitella, Piana del Signore, Contessa, Manfria, Rabbito, Femmina Morta, Passo di Piazza e Feudo Nobile con centinaia di persone sinistrate e il danneggiamento di numerosi fabbricati e vie pubbliche, compresa la statale 115, oggi via Venezia. I danni allora, per circa 500 ettari di terreno devastato, ammontarono a più di 200 milioni delle vecchie lire, oggi corrispondenti a circa sei miliardi e duecento milioni di lire ovvero più di tre milioni di euro. Ma l’alluvione interessò anche alcune zone della città come ad esempio via XXIV Maggio che fu completamente allagata perché l’acqua piovana non riusciva a defluire dal “cunnuttu” che sfociava nell’Orto Pasqualello. La maggior parte dei danni nelle campagne fu causata anche dallo straripamento dei fiumi Gela e Maroglio e di diversi torrenti.
Le famiglie sfollate allora furono fatte alloggiare temporaneamente nell’ex Asilo Infantile del convento di Sant’Agostino e nella Colonia Marina vicino al Pontile sbarcatoio di via Mare. Intanto con telegramma, inviato al Municipio il 30 ottobre di quell’anno, il Prefetto di Caltanissetta pregava il Sindaco “…di corrispondere subito at ciascuno componenti famiglie alluvionate bisognose sussidio straordinario lire mille…”, somma di un certo valore calcolando che una famiglia era allora composta mediamente da sette a dieci componenti ma anche in rapporto a una paga media che allora era di 32.000 lire con un chilogrammo di pane e di pasta che costavano rispettivamente 120 e 180 lire.
Prima di quell’alluvione nei giorni 5, 6 e 7 agosto dello stesso anno si ebbero violenti temporali, in particolare nell’ex Feudo Nobile, con ingenti danni alle locali aziende agricole relativamente ai fabbricati, terreni, coltivazioni arboree, prodotti agricoli, strade campestri, ponti, canali di scolo e di irrigazione.
Per l’aiuto prestato alla popolazione danneggiata il giorno dopo il Sindaco Vella ebbe parole di elogio per il Comandante dell’Ufficio Marittimo: “Sento il dovere di esprimere a Lei ed alla gente di mare, che con Ella ha cooperato, il più sentito elogio ed il vivo ringraziamento per l’opera di soccorso recata a mezzo barche per sfollare le famiglie alluvionate del quartiere Alemanna…” ed ancora “…La popolazione ed i sinistrati hanno apprezzato in pieno la generosità dell’opera di soccorso condotta con atti di abnegazione e di eroismo…”; parole di elogio anche ai Comandi locali dei Vigili del Fuoco della Stazione Carabinieri, del Commissariato di Pubblica Sicurezza, dei Vigili Urbani e ai soci della Cooperativa Marittima “Guttadauro”. In particolare il Sindaco ebbe anche parole di elogio per il carabiniere Damasceno Guarisco del nucleo sminatori che con un autocarro Fiat dell’E.I. portò a termine delle operazioni di salvataggio dei sinistrati.
L’unica testimonianza fotografica dell’alluvione ci è stata lasciata dal compianto commendatore Attilio Guglielmino con quattro foto trasformate anni fa in cartoline.
E tutto ciò accadde per un nubifragio durato quasi tre giorni nell’ottobre del 1953; ci sichiede che cosa accadrebbe oggi se venisse un nubifragio simile. Meglio non pensarci.

FESTA DELLA PATRONA NEL 1898

E' uscito il nuovo libro di Nuccio Mulè

"Dell'antico centro storico di Gela"

E' uscito il libro del maresciallo Domenico Resciniti

"Io mi racconto, una vita dedicata all'Arma"

Beni culturali news

 

Il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri

commemora tre carabinieri trucidati dagli americani

a Gela in contrada Passo di Piazza il 10 luglio 1943

Clicca qui per saperne di più

 

Il sito archeologico di Bosco Littorio è chiuso da più di un anno

Siamo allo scatafascio più completo

 

Un gruppo di cittadini impegnati invia una lettera aperta

alle istituzioni per denunciare lo stato di abbandono

del complesso monumentale di S. Nicola di Tolentino

al cimitero monumentale. Clicca qui per saperne di più

Antenna Sicilia a Gela per riprese sulla città

Sabato 13 maggio alle ore 18,00

al Museo conferenza sulla "via francigena a Gela"

con Salvina Fiorilla e Simone Morgana

Domenica 14 maggio Nunzio Psaila,

presidente dell'associazione "Scuderia Valvole Pistoni",

alle ore 10,30 organizza un percorso per la visita della chiesa

di S. Francesco, della chiesa Madre e del quartiere Sperone.

RAI STORIA

Servizio su Gela

 

Gela. Ovvero la città degli sbarchi. Le vicende di questo centro della costa meridionale della Sicilia si possono leggere nella storia delle navi che qui sono sbarcate. Un luogo raccontato nel nuovo appuntamento con “Mare Nostrum”, di Eugenio Farioli Vecchioli, regia Federico Cataldi, andato in onda lunedì 8 maggio alle 21.10 su Rai Storia. Sulle sue spiagge è spesso passata la Storia. Quella dei coloni di Rodi e di Creti che nel VII secolo a.C. hanno scelto questo posto per fondare una delle più influenti e ricche città della Sicilia. Quella delle truppe alleate, che proprio dalle spiagge gelesi hanno iniziato, nell’estate del 1943, la liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Fino alle grandi piattaforme petrolifere che alle fine degli anni ’50 hanno fatto la loro comparsa nel mare di Gela, trasformando un centro agricolo e turistico in una grande città industriale. “Mare Nostrum” disegna il ritratto di questa estrema periferia del sud Italia, apparentemente marginale, ma centrale per comprendere molto delle vicende antiche e recenti del nostro paese.

AGLI AMICI CHE NON HANNO AVUTO OCCASIONE DI VEDERE IL SERVIZIO SU GELA DI RAISTORIA: https://m.youtube.com/watch?v=1hfjRr-_Gcs
IL SERVIZIO E' ANCHE RIPROPOSTO DA RAI STORIA SUL SITO DELLA RAI.

 

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