Storia di Gela

 

16 APRILE 2015

INAUGURAZIONE PINACOTECA NELL'AULA UDIENZE DELL'EX TRIBUNALE

CON LA MOSTRA PERMANENTE IN SAECULA SECULORUM...

CON GLI ACQUERELLI DI ANTONIO OCCHIPINTI

 

 

 

NELL'AULA UDIENZE DELL'EX TRIBUNALE

CON LA MOSTRA PERMANENTE IN SAECULA SECULORUM...

CON GLI ACQUERELLI DI ANTONIO OCCHIPINTI

 

Brochure

In questa mostra, dal titolo "IN SAECULA SAECULORUMAvvenimenti e personaggi della storia di Gela", che ha sede nell’aula udienze dell’ex Tribunale di Gela, sono esposte ventuno immagini di acquerelli e altrettante schede esplicative che si riferiscono a un sintetico percorso storico-figurativo della storia millenaria di Gela, su cui si sono cimentati con passione il maestro Antonio Occhipinti, per la parte figurativa, e Nuccio Mulè per quella storica.

La realizzazione di questo percorso si deve a un’idea di Antonio Granvillano, che già, come presidente dell’ADAS di Gela (Associazione Donatori Autonoma Sangue), nel 1991 ne produsse una prima parte con il contributo della compianta Rosetta Maganuco.

Le scene proposte negli acquerelli sono divise essenzialmente in tre periodi storici. Il primo, che comprende circa quattro secoli, inizia con lo sbarco dei rodio-cretesi e con la fondazione di Gela del 688 a.C., continua con lo sviluppo economico e militare a opera dei suoi tiranni, in particolare Ippocrate e Gelone, e termina con la distruzione del 282 a.C.

Il secondo periodo storico riguarda un tempo più lungo, quello che va dalla distruzione dell’antica città al Medioevo e dal Risorgimento all’Unità d’Italia di cui Gela è stata partecipe; quasi 2000 anni di storia, in cui si fa riferimento alle diverse dominazioni della Sicilia, dalla romana a quella sveva, dalla fondazione federiciana di Heraclea-Terranova alle incursioni dei pirati e all’ampliamento settecentesco della città federiciana fuori le mura di cinta.

Il terzo e ultimo periodo, quello cioè della storia più recente, si riferisce alla Prima Guerra Mondiale (durante la quale Gela, nel lontano Nord-Est d’Italia, ha dato un tributo non indifferente di vite umane), allo sbarco americano nel 1943 con la Battaglia di Gela e al dopoguerra con l’economia della città di cui sono stati messi in rilievo l’agricoltura, la marineria e il turismo. In quest’ultima parte di storia si dà spazio anche a un gruppo di personaggi che si sono distinti nei diversi campi del sociale.

L’impegno del prof. Nuccio Mulè, così come quello della prof.ssa Tiziana Finocchiaro, che ha tradotto in inglese le schede della mostra, è stato svolto a titolo meramente gratuito; sembra op-portuno, inoltre, mettere in rilievo l’operato dell’ing. Angelo Castronovo dirigente dell’Ecorigen, che è stato, oltre al dott. Ernesto Fasulo, finanziatore e incoraggiatore dell’intero percorso.

La mostra rappresenta un patrimonio iconografico che si lascia alle future generazioni affinché contribuisca a valorizzare la storia di Gela nella posterità.

 

FINANZIATORI:                                     ANGELO CASTRONOVO

                                                             ECORIGEN S.R.L. DI GELA

ACQUERELLI:                                      ANTONIO OCCHIPINTI

DESCRIZIONE STORICA:                     NUCCIO MULE’

TRADUZIONE SCHEDE:                       TIZIANA FINOCCHIARO

LOGISTICA E SALA ESPOSIZIONE:     PATRIZIA ZANONE

IDEA E ORGANIZZAZIONE:                   ANTONIO GRANVILLANO

 

Il Sindaco e l’Assessore alla P.I. ringraziano quanti hanno collaborato alla realizzazione del percorso storico-figurativo e in particolare i finanziatori dell’opera, che hanno deciso di donare al Comune di Gela questo patrimonio iconografico per contribuire a valorizzare la storia della città nella posterità.

L’assessore alla P.I. Giovanna Cassarà

Il sindaco Angelo Fasulo

 


 

 

1 - SBARCO DEI RODIO-CRETESI

    La colonizzazione, assieme alla nascita della “polis”, fu un fenomeno grandioso che segnò l’età greca arcaica. I coloni, una volta sbarcati nel luogo prescelto, vi trasferivano il focolare della città madre, le loro leggi, le istituzioni e la loro religione; la nuova “polis” fondata, manteneva spesso stretti rapporti politici e commerciali con la madrepatria anche se costituiva una città-stato, completamente autonoma e del tutto indipendente. Dalla narrazione storiografica sulla guerra del Peloponneso, descritta dallo storico ateniese Tucidide, si apprende che intorno al primo decennio del VII sec. a.C. un gruppo di coloni greci, provenienti dalle isole egee di Rodi e Creta, guidati rispettivamente da Antifemo e Entimo, sbarcarono sul litorale sud-occidentale della Sicilia, nei pressi del fiume Gela.

    Antonio Occhipinti, con i suoi acquerelli, inizia un percorso storico-figurativo su Gela, partendo proprio dallo sbarco dei coloni greci sulla sua costa. Attraverso una spontaneità che nasce non solo da un lavoro paziente, ma soprattutto dalla sintesi di forme che provengono da visioni intime, l’autore, dipingendo a modo suo, con una visione e un’interpretazione molto personale oltre a una scelta di colori sobri, sintetizza la scena dello sbarco facendoci immaginare una moltitudine di coloni sul litorale di Gela, le loro navi alla fonda in rada, una necropoli protostorica con tombe a colombaia e, sullo sfondo, un villaggio capannicolo riferibile a una popolazione sicula, da diversi secoli attestata in questa parte della Sicilia.

    Antifemo e Entimo con i loro uomini incontrarono diverse ostilità da parte degli indigeni, ma essi ebbero facile ragione su quella gente primitiva e male armata, peraltro dedita alla pastorizia e all’agricoltura da dove traevano il loro sostentamento. Le popolazioni protostoriche del territorio di Gela attestate in un primo tempo nelle immediate vicinanze del mare, con l’insediarsi di nuovi colonizzatori furono spinte nell’entroterra, a nord verso le montagne dove costituirono dei capisaldi rupestri.

2 - EDIFICAZIONE DI GELA

    In questo tondo il maestro Occhipinti immagina l’edificazione di Gela del 688 a.C. con gli elementi caratteristici che possono contraddistinguere l’edificazione in antico di una città. Pertanto, presenta in primo piano le figure degli ecisti Antifemo e Entimo che interloquiscono con dei progettisti probabilmente sul futuro assetto urbanistico della città. Seguono una serie di figurazioni di templi in cui predomina l’architettura dorica che s’identifica con l’echino circolare e l’abaco quadrato delle colonne, con il timpano triangolare e con le decorazioni a metope e triglifi della trabeazione. Le figurazioni sono completate con quelle di uno scultore, di un vasaio, di un’anfora, di una trireme e di un cimiero accanto al quale si osservano uno scudo e una lancia, quasi a presagire la futura potenza militare di Gela.

    Nella scena, inoltre, è raffigurato un capitello di colonna in stile ionico, una scelta questa legata a due motivi; il primo è quello che capitelli di tale stile sono stati ritrovati negli scavi archeologici di Gela, il secondo motivo è legato alla presenza di colonne di ordine ionico nella parte superiore della facciata neoclassica della Chiesa Madre; se il terranovese Arch. Giuseppe Di Bartolo, autore del prospetto nel 1844, li ha inserite, una motivazione deve averla avuta, pertanto, si può supporre che la civiltà ionica, in genere aperta verso l'esterno e portata agli scambi culturali, si sia integrata in quella dorica geloa; come e quando ciò sia avvenuto, ammesso che sia stato così, spetta agli studiosi definirlo.

3 - GELA CITTA’ FIORENTE

    Gela, una delle maggiori città siceliote, salì a un così alto grado di civiltà e potenza economica e commerciale da dare origine a un nuovo fervore di vita artistica, economica e industriale e ciò grazie anche alla ricchezza della sua florida agricoltura. Tali condizioni racchiudevano in sé il bisogno di cercare nuovi sbocchi e un più vasto campo d’azione alla propria attività; da qui l’imperioso bisogno d’espansione e di predominio in Sicilia cui s’ispirò per primo il geloo Ippocrate e, dopo di lui, i suoi successori.

    Occhipinti in questo dipinto fa predominare, con tratti incisivi e colori caldi, la figura di un ideale narratore che tiene in mano un improbabile libro, una trasposizione delle tavolette di legno e dei fogli di papiro usati dai greci e dai latini, per raccontare la storia della città.

    Nel centro della scena si osservano le teste di due figure femminili di alta simbologia, quelle di Demetra e della figlia Kore. A Demetra, che vuol dire la “madre terra”, si attribuiva una sovranità assoluta su tutto ciò che concerne l’agricoltura; Kore era vista nel duplice aspetto di fanciulla, che risorge ogni anno a nuova vita, e di tenebrosa e inesorabile regina degli Inferi. I Geloi, oltre a dedicare parte del loro tempo alle feste religiose, professavano diversi culti, in particolare quello dei “misteri”, una forma di religione con rituali segreti rivolti alle anime dei morti e alle divinità infernali. A Gela erano famosi i “misteri eleusini”, legati al mito di Demetra e Kore.

    La parte superiore del dipinto è riservata alla raffigurazione di un avvenimento del periodo repubblicano di Gela, narrato dallo storico greco Erodoto, che si riferisce a Teline, sacerdote degli dei infernali, che convinse parte della popolazione geloa, cacciata in precedenza dai Nobili, a lasciare Maktorion per rientrare in città con l’impegno di non subire più angherie e dispotismo.

    A completamento della scena, sono stati introdotti diversi simboli legati a Gela fiorente, con le figure dei templi dell’acropoli, di una cetra, di una prua di trireme, di un frantoio con gli addetti alla produzione dell’olio e di un altare sacrificale, con dei fiori e un porcellino, dedicato a “Demetra Thesmophoros” cui i geloi dedicarono un santuario; infine, alle figurazioni sono state aggiunte quelle del diritto (una biga con auriga e Nike alata) e del rovescio (la testa di un toro a sembianze umane) di una moneta della zecca di Gela.

4 - FONDAZIONE DI AKRAGAS E BATTAGLIA DI IMERA

    Questo tondo contiene due scene con un complesso figurativo che ci riporta a due importanti avvenimenti della storia antica di Gela: la fondazione geloa di Akragas del 581 a.C. e la battaglia di Imera del 480 a.C. tra sicelioti e cartaginesi, vinta dai primi al comando di Gelone che fu tiranno di Gela e, dal 485 a.C in poi, di Siracusa.

    Occhipinti, con la sua tecnica prospettica efficacemente collaudata, ci fa immaginare delle maestranze che, su indicazione degli ecisti geloi Pistilo e Aistonoo, procedono all’edificazione della “polis” di Akragas, l’odierna Agrigento, di cui Gela diventerà madrepatria. Alla figurazione, inoltre, aggiunge un elemento di connotazione, una pietra di forma circolare con l’emblema di un granchio, simbolo della città e caratteristica di tutta l’antica produzione monetaria agrigentina.

    La seconda scena presenta in primo piano la figura di Gelone, con cimiero e spada, nelle vesti e nell’atteggiamento di condottiero che, in vicinanza del fiume Imera, incalza le truppe siceliote alla battaglia contro i cartaginesi comandati da Amilcare. Anche in questa scena è raffigurato un elemento di connotazione, il rovescio di un tetradramma siracusano con la testa della ninfa Aretusa circondata da quattro delfini.

    La scelta dell’autore di proporre in questo dipinto il tema della battaglia di Imera, vuole enfatizzare l’importanza dell’avvenimento perché parallelo a quello della battaglia di Salamina tra Greci e Persiani che avvenne anch’essa nel 480 a.C. Infatti, la tradizione antica portò a immaginare che l’attacco cartaginese nella battaglia di Imera fosse stato concordato con i persiani in modo tale che dai greci della madrepatria, impegnati a Salamina, non sarebbe potuto arrivare nessun soccorso.   

5 - ESCHILO

    Antonio Occhipinti dedica questo tondo all’eleusino Eschilo, padre della tragedia greca, il quale, contrariato dagli sviluppi politici determinati in Grecia dopo le vittorie contro i Persiani, si trasferì a Gela dove morì nel 456 a.C.

    Le opere tragiche di Eschilo si fanno interpreti del mondo spirituale dei suoi contemporanei le cui problematiche s’intrecciano in un rapporto tra uomo, cosciente e responsabile, e divinità, intesa come fato e intervento decisivo degli dei; a volte l’uomo sembra essere libero nelle sue azioni, a volte sembra essere una pedina nelle mani degli dei cui Eschilo, nella sua religiosità, assegna il compito di far trionfare la giustizia del mondo. Le opere di Eschilo spingono l’uomo a meditare sul proprio destino oltre a fargli maturare un alto senso del divino. Delle novanta tragedie di Eschilo solo sette, non tutte complete, sono arrivate ai giorni nostri.

    L’autore, utilizzando tratti incisivi e colori tenui, crea efficacemente un quadro che raccoglie in un tutt’uno sia la figura del trageda con chitone e mantello, seduto su un muretto fuori le mura di Gela, sia le scene di contorno riferite a tre delle sue opere più conosciute: a destra “I Sette contro Tebe” e il “Prometeo incatenato”, a sinistra l’”Orestea” (Agamennone, Coefore e Eumenidi), l’unica trilogia di Eschilo che permette di seguire il pensiero eschileo e dove il trageda greco raggiunse il più alto livello artistico.

    Infine, rifacendosi alla leggenda alquanto singolare sulla morte di Eschilo, l’autore accenna alla scena del volatile che gli lascia cadere una tartaruga, ingannata dalla luce riflessa dalla sua testa calva scambiata per una pietra.

6 - CONGRESSO DELLA PACE

    Tra la primavera e l’estate del 424 a.C. Gela, per la sua posizione cruciale nel Mar Mediterraneo e per la sua importanza politica, militare, economica e culturale, ospitò un’adunanza, il “Congresso della Pace”, che vide la partecipazione dei rappresentanti di tutte le città greche dell’Isola e che sancì l'indipendenza delle colonie dalla madrepatria. Al congresso partecipò il politico e generale siracusano Ermocrate il quale, grazie alla sua eloquenza e alle sue doti di negoziatore, convinse le città siceliote a non continuare una guerra fratricida che faceva solamente l’interesse dello straniero ateniese.

     Il maestro Occhipinti immagina il luogo del congresso in un teatro greco e raffigura in primo piano, in un’interlocuzione animata, diversi rappresentanti delle città siceliote su cui predomina la figura di Ermocrate, con chitone e himation, che in piedi sopra il podio rivolge il suo discorso all’uditorio.

     Sulla parte superiore del tondo, una serie di figurazioni vogliono dare (e danno) più forza, ma anche completezza mitologica e storica, alla scena del congresso. Infatti, al centro vi è la figura di Atena con peplo lungo, simile a quella scolpita dal grande scultore greco Fidia nella cella del Partenone di Atene, con l’elmo attico aulopide adorno sul davanti da una sfinge e sui lati da due grifoni in altorilievo, e con la mano sinistra che tiene una Nike alata; la raffigurazione di Atena, tra l’altro dea della ragione e dell’intelligenza, diventa così motivo ispiratore del discorso di Ermocrate. Si aggiungono alla scena diverse figure di monete, quelle delle città partecipanti al congresso, e il simbolo antico della Sicilia rappresentato dalla figura della triscele, la stessa che compare su una coppetta del VII sec. a. C., ritrovata a Gela negli anni Sessanta, tuttora esposta nelle vetrine del museo di Agrigento, sordo alle reiterate richieste di restituzione.

7 - PRIMA DISTRUZIONE DI GELA

    Nella plurisecolare storia di Gela sono accaduti due eventi singolari che, pur a distanza di duemila anni tra loro, hanno avuto un’unica denominazione: “La Battaglia di Gela”; la prima nel 405 a.C., la seconda in epoca recente (10-11 luglio del 1943). Battaglie cruente che hanno lasciato il segno nella memoria storica della città.

    La scena della “Battaglia di Gela”, che è qui rappresentata con un effetto d’insieme dinamico, si riferisce al periodo classico, quando l’esercito cartaginese al comando di Imilcone, uno dei più grandi condottieri punici, espugnò e distrusse Gela nonostante l’intervento di Dionigi, tiranno di Siracusa di cui Gela e Agrigento erano confederate.

    Occhipinti circoscrive diverse scene d’immediatezza espressiva che, nella loro significazione, vogliono fornire l’idea non solo di una cruenta lotta tutta all’arma bianca tra cartaginesi e geloi ma anche di come gli stessi cartaginesi si siano accampati a ridosso della città e del suo fiume prima di dar corso alla battaglia. Nel riquadro superiore s’immagina la città di Gela messa a ferro e fuoco dai vincitori poiché dalla sommità dei suoi edifici s’intravvedono lingue di fuoco divoratrici e foriere di morte e distruzione.

    La scena principale, mirabilmente rappresentata nel centro della contesa e efficacemente stagliata grazie ad una maggiore tonalità di colori rispetto a quelli attenuati delle figure dello sfondo, fa vedere in primo piano il comandante cartaginese Imilcone davanti le mura della città, la cui porta d’ingresso sta per essere scardinata dall’azione di un ariete, mentre fiero e ormai sicuro avanza col suo cavallo tra ruderi di edifici e guerrieri in lotta; qui un oplita geloo barcollante, infilzato già dalla spada di un guerriero cartaginese, sta per cadere vicino a un suo compagno d’armi disteso a terra, già privo di vita.

    Infine, nella parte sinistra mediana, all’interno debordante di un ridotto ovale, è raffigurato il volto del tiranno siracusano Dionigi con uno sguardo enigmatico e compassato come a voler presagire, dopo l’imminente sconfitta, a quel patto di non belligeranza sancito dopo con gli stessi cartaginesi vincitori.

8 - RICOSTRUZIONE TIMOLEONTEA

    Nella seconda metà del IV sec. a.C. la signoria di Siracusa passò nelle mani di Timoleonte, uomo politico e generale corinzio, che liberò quasi completamente la Sicilia dalla tirannide e dallo straniero. Infatti, dopo aver riunito le forze di tutti i greci dell’Isola, inflisse una sonora sconfitta ai cartaginesi presso il fiume Crimiso nel 341 a.C. Inoltre, si deve alla sua politica democratica di pace la riedificazione intorno al 339 a.C. di Gela e Agrigento oltre alla ripresa e allo sviluppo dei centri greco-siculi. Dovunque fiorì l’artigianato soprattutto per quanto concerne la produzione di terrecotte figurate e di vasi dipinti.

    La città di Gela, che in seguito alle distruzioni del 405 a.C. si era vista ridurre anche la popolazione, fu dunque riedificata; parte dell’area dell’acropoli fu sostituita da botteghe e abitazioni, mentre l’espansione urbana si prolungò verso occidente fino a Capo Soprano, in particolare nelle contrade di Piano Notaro e di Scavone, estreme propaggini della collina di Gela.

    La scena, che ci presenta Antonio Occhipinti, s’impernia su due figure poste in primo piano, con colori tendenzialmente caldi, che raffigurano il generale corinzio Timoleonte, con lo sguardo sereno rivolto lontano, e un coroplasta nell’atto di modellare e dipingere un vaso fittile vicino ad altre produzioni rappresentative dell’arte greca e di quella autoctona. Timoleonte, inoltre, è ancora raffigurato, in dimensioni minori, sullo sfondo a sinistra, nell’atto di colloquiare con un milite; una semplice rappresentazione che è utilizzata come metafora della nascita di una nuova civiltà fondata sulla pace e sul benessere, risultato di un dialogo tra politica e militarismo, con la riedificazione delle città con edifici, templi e mura di cinta, rappresentati qui, in maniera riconoscibile, dalle fortificazioni greche di Capo Soprano di Gela e dal tempio della Concordia di Agrigento.

    Infine, sullo sfondo in basso, con una profondità pittorica tridimensionale, è proposta la parte sud-occidentale di Gela, cinta di mura timoleontee con una postierla ad arco a sesto acuto sul fronte delle stesse.

9 - DISTRUZIONE DEFINITIVA DI GELA

    Il 282 a.C. rappresenta una data esiziale per i popoli del Mar Mediterraneo e del mondo greco siceliota poiché cessa l’esistenza dell’”immanisque” Gela, dopo quattro secoli di civiltà e grandezza assieme alla fama di molti suoi illustri figli.

-Ippocrate: con lui Gela iniziò una fase espansionistica alla conquista di tutta la Sicilia sud-orientale per costruire un grande stato con Gela capitale, sotto il suo governo, la città diventò la più fiorente e potente tra le colonie greche in Sicilia;

-Gelone: “Signore di Gela” e uomo di grande talento politico, vincitore nel 480 a.C. della battaglia di Imera tra sicelioti e cartaginesi;

-Eschilo: trageda ateniese che passò qui gli ultimi anni della sua feconda vita;

Pausania: filosofo e medico;

-Archestrato: celebre erudito nell’oratoria e nell’arte poetica;

-Timagora: famoso sofista;

-Apollodoro: importante poeta della “Nuova Commedia”.

A questi si aggiunge anche Euclide, il più grande matematico dell’antichità, probabilmente anche lui di origini geloe.

    La scena, rappresentata da Occhipinti con un equilibrato valore prospettico e compositivo, si riferisce alla fase finale della vita della città, rasa al suolo dal tiranno agrigentino Phintia, mentre tra i ruderi si vede la popolazione geloa che, al comando dei guerrieri vincitori, è trasferita, secondo le antiche usanze riservate ai popoli sconfitti, alla foce dell’odierno fiume Salso, per la fondazione della città di Phintiade, l’odierna Licata.

    Il tiranno Phintia è ritratto su una quadriga con un lungo chitone bianco, con lo scettro emblema del potere e con la fascia rossa sulla testa quale simbolo di regalità, mentre l’auriga sembra tirare le redini per rallentare la corsa dei cavalli. I colori, magistralmente dosati sulla scena principale, fanno risaltare straordinariamente i personaggi e i quattro cavalli della quadriga sul cui bordo è visibile il disegno del meandro, elemento comune decorativo nell’arte greca.

    L’”immanisque” città, cioè la grandissima Gela nominata da Virgilio nel terzo libro dell’Eneide, così scompare dalla scena della civiltà greca del Mediterraneo, sulle sue rovine ormai incombe una lunga notte di silenzio che durerà più di un millennio fino alla sua rinascita medievale con la denominazione di Heraclea-Terranova.

10 - DOMINAZIONI A GELA

    Dopo la distruzione definitiva di Gela del 282 a.C., per opera di Phintia, sulle sue rovine incombette una lunga notte di silenzio che, però, lasciò spazio a una certa continuità di vita sulla collina e nelle zone circostanti. Intorno alla metà del V sec. d.C. la Sicilia subì l’incursione dei Vandali che nel 468 d.C. riuscirono ad impadronirsi di tutta l’Isola.  Nel 491, la Sicilia fu conquistata dai Goti al comando di Teodorico. Tra il V e il VI secolo, si ebbe una certa rivitalizzazione di tutta la pianura di Gela, pur senza arrivare ancora a insediamenti urbani, con la ricomparsa di piccoli approdi e centri abitati come quello di Manfria. Tra il 535 e l’878, anni d’inizio e fine della dominazione dell’Impero Romano d’Oriente nell’Isola, nel territorio di Gela vissero popolazioni bizantine cui seguirono gli Arabi, i Normanni (dal 1061), e gli Svevi.

    I greci di Gela, pur nella frammentarietà della loro “polis”, successiva alla sua distruzione, tramandarono alle popolazioni del territorio molte pratiche nel campo dell’agricoltura, in particolare le migliorie delle coltivazioni del grano, dell’orzo e delle fave e l’introduzione delle coltivazioni della vite e dell’olivo.

    Occhipinti divide essenzialmente la scena in due parti; nella prima, riferita a quella romana del tardo impero, fa predominare la figura di Calvisio, un patrizio destinato al governo della provincia romana in Sicilia; nella seconda, riferita alla dominazione araba, fa primeggiare l’immagine di un emiro.

    La scena riferita a Calvisio s’incentra sull’agricoltura, in particolare sulla coltivazione del grano, sintetizzata dalla raffigurazione di due contadini; uno che conduce l’aratro tirato dai buoi nei pressi di una fattoria romana, l’altro che con una falce taglia rigogliose spighe di grano dorato sui feraci campi geloi di virgiliana memoria. In basso, a riempimento del contorno, si trasgredisce all’ordine della scena sinottica, rappresentando a parte la città di Roma e ciò per l'importante segno lasciato nella storia dell'umanità; si raffigurano quindi l’aquila, simbolo della legione romana, le iniziali di “Senatus PopulusQue Romanus”, senato e popolo fondamento dello Stato romano, e i suoi edifici.

    La seconda scena riferita alla dominazione araba in Sicilia (a cavallo dei secoli IX e XI), oltre all’architettura rappresentativa, felicemente evidenziata con le cupole emisferiche della chiesa di “S. Giovanni degli Eremiti” di Palermo, mette in risalto la coltivazione del cotone nella Piana di Gela, un tipo di coltura portata qui per la prima volta dai musulmani che persisterà per ben più di un millennio fino al recente abbandono di fine anni Cinquanta.

    La vetusta chiesetta di S. Biagio, posta in piccolo tra le due figure prominenti di Calvisio e dell’emiro, di architettura arabo-normanna con abside basso e col campanile a vela, completa la rappresentazione storica preludendo alla prossima dominazione sveva della Sicilia di Federico II.

    11 - FONDAZIONE MEDIEVALE DI HERACLEA-TERRANOVA

    Fu durante la dominazione sveva della dinastia tedesca degli Hohenstaufen che Federico II, perseguendo una politica di potenziamento economico dell’agricoltura e di realizzazione di opere militari in zone economiche scoperte, fece edificare nel 1233, nella zona orientale di Gela, un castello, un “castrum federicianum”, che chiamò Heraclea, denominazione derivante forse dalla leggenda che attribuì al mitico Ercole l’edificazione di una città sulla collina. La denominazione, nei secoli successivi, fu abbandonata a favore di quella di Terranova. La fondazione di Heraclea-Terranova fu sicuramente un fatto epocale, un avvenimento di portata eccezionale per l’area geografica su cui sorse la città, interessata da una ripresa di nuovi raggruppamenti latino-cristiani dopo lo spopolamento dei precedenti insediamenti musulmani. Terranova, presidiata e difesa da fortificazioni e dotata di lì a poco di un approdo, il “Reale Caricatoio”, per il commercio di derrate e di merci, dopo pochi decenni divenne uno dei centri più popolosi di tutta la Sicilia. Heraclea-Terranova faceva parte del Val di Noto, uno dei tre compartimenti (Val di Noto, Val di Mazara e Val Demone) in cui l’Isola fu divisa in epoca normanna e che durò sino al 1812.

    Il maestro Occhipinti vuole rappresentare sinteticamente la storia di Heraclea-Terranova in epoca medievale con la raffigurazione di due importanti personaggi e di un gruppo di monumenti, ancora oggi in parte visibili. Infatti, disegna come vista dal mare la città con le mura di cinta, provviste di torri e bastioni, e con il “castrum” sul lato orientale. Continua con la raffigurazione in grigio chiaro del quartiere S. Agostino con la piazza omonima, i suoi edifici e le chiese di cui si riconoscono quelle di S. Agostino con l’attiguo convento, di S. Nicola di Bari e di Santa Lucia, queste ultime due da tempo inesistenti. Infine, nella porzione superiore della scena, sono raffigurati il “Castelluccio”, che si erge maestoso su uno sperone di roccia, e la cittadina di Butera, un tempo roccaforte normanna della Piana di Gela contro i musulmani.

    I due personaggi raffigurati, con colori a tinta calda, si riferiscono all’Imperatore e al Duca di Terranova. Il primo, Federico II di Svevia, è posto al centro su un trono, con la corona d’oro imperiale, lo scettro in una mano e il mondo con la croce nell’altra, simboli del potere da antico imperatore romano. Il secondo personaggio Don Diego Pignatelli Cortes d’Aragona, è posto all’interno di un ovale soprastante un complesso decorativo, in cui è raffigurato lo stemma della città-ducato di Terranova con la scritta riferita a Heraclea come città antichissima.

12 - INCURSIONI DEI PIRATI IN SICILIA

    Per diversi secoli la Sicilia fu molestata dai pirati saraceni, che, partendo dalla “Barberia”, con base nelle città costiere di Algeri, Tunisi e Tripoli, arrivavano lungo le sue coste non solo per saccheggiarne villaggi e campagne, ma anche per farne prigionieri per il mercato di schiavi, seminando morte e distruzione. Pertanto, in Sicilia ma anche nei paesi costieri del sud della Penisola, si rese necessario pensare a un sistema di difesa, che garantisse i territori e l’incolumità della gente. In merito a questa impellente esigenza di tutela, tra il XV e XVI secolo, furono edificate delle torri costiere di difesa e di avvistamento che, poste in corrispondenza visiva l’una con l’altra, una volta avvistate le navi dei pirati, davano agli isolani ampia e rapida diffusione della notizia dell’imminente pericolo che giungeva dal mare. In ogni torre si faceva la guardia soprattutto da aprile a ottobre, poiché era il periodo delle scorrerie dei pirati che approfittavano della bella stagione e della gente che, occupata nelle attività agricole, si stabiliva nelle campagne. Nelle torri, in genere, prestavano servizio d’armi i “torrari” con caporali, artiglieri e soldati, che si avvicendavano nella guardia giorno e notte.

    Occhipinti ci propone una serie di riquadri che si riferiscono tutti al soggetto dei pirati saraceni nei mari di Sicilia. In particolare, in alto quasi al centro, è raffigurata la Torre di Manfria sulla cui sommità compaiono i “torrari” che si avvicendano a segnalare con fumo e fuoco l’imminente pericolo della scorreria corsara proveniente dal mare ad altre torri del circondario.

    Sulla parte sinistra del tondo sono raffigurati due personaggi intenti a discutere, mentre esaminano dei progetti per approntare la migliore difesa delle città e per costruire delle torri per la protezione delle coste; l’autore si riferisce a due importanti architetti, esperti in ingegneria militare, lo spagnolo Tiburzio Spannocchi e il fiorentino Camillo Camilliani, chiamati nella seconda metà del 1500 dalla Deputazione del Regno di Sicilia.

13 - AMPLIAMENTO DELLA CITTA’ A OVEST

    Se si escludono insediamenti limitati sparsi nella campagna, si afferma che, fino alla seconda metà del Settecento, la città di Gela (Heraclea-Terranova) rimase all'interno della propria cinta muraria. La prima zona sulla quale dal 1766 in poi cominciarono a comparire veri e propri insediamenti abitativi, è quella a ovest delle mura federiciane, cioè la zona del Borgo. Essa fu divisa in due fasce; a sud il piccolo borgo "‘u Rabateddu", a nord il Borgo vero e proprio "'u Buvuru". Per rendere abitabile tale zona a ovest delle mura, si ricorse a una necessaria trasformazione dei luoghi poiché la zona, oggi a nord-est della villa comunale, era interessata da un avvallamento a forma di “V”, creatosi nel tempo e dovuto alla lenta erosione causata dello scorrimento delle acque piovane che si riversavano verso il mare e di cui il cosiddetto “Orto di Pasqualello” ne era il declivio naturale. In origine dunque si deve immaginare una trazzera che percorre tale zona scoscesa che scende per diversi metri per poi risalire gradualmente verso ovest, all’altezza dell’attuale Convitto Pignatelli, con un percorso accidentato e per niente proponibile nei periodi di pioggia. Pertanto, è presumibile che, prima o in seguito alla realizzazione dell’area urbana del Borgo, si sia iniziato a costruire l’attuale ponte ripieno per livellare la zona a nord del suddetto “orto” e quindi congiungere il centro murato, mediante una carrozzabile, con l’area a nord-ovest dell’attuale villa comunale dove nasceranno i quartieri S. Giacomo, S. Ippolito e Cimitero.

    Occhipinti realizza la rappresentazione prospettica di una Terranova, vista dal lato occidentale, con torri, bastioni e porte prospicienti la “Strada del Bastione”, oggi Via Matteotti; continua con la strada principale del Corso che, tramite Porta Licata, si collega a quella del Borgo denominata allora “Strada Borgo” che, negli anni a venire, prenderà le denominazioni di Via XX Settembre, Corso Vittorio Emanuele e, più recentemente, Corso Salvatore Aldisio. Alla radice della “Strada del Borgo” l’autore ci fa intravvedere, così come la immagina, la depressione dell’”Orto Pasqualello” con il ponte ripieno su cui disegna “’u cunnuttu”, cioè una condotta, che realmente è esistito fino a diversi decenni fa e che serviva a far defluire le acque piovane verso il mare.

    Inoltre, ai lati del ponte ripieno, a completamento del tondo, quattro contornati propongono le immagini più rappresentative dei quartieri a ovest della cinta muraria, quelli dei “Quattro Canti”, di “S. Giacomo” con l’antica Chiesa di “S. Jabechello”, del “Cimitero” con la vetusta chiesetta arabo-normanna di S. Biagio, e “do’ Cummittu” col convitto Pignatelli-Roviano.

    In alto, a centro della rappresentazione, infine, due stemmi sovrastano la tavola sinottica propostaci dall’autore, quello della famiglia Pignatelli, riconoscibile dalle tre piccole pignatte, una delle più antiche e potenti famiglie di Napoli proprietaria del “Feudo di Terranova”, e l’altro della città con l’emblema dell’aquila sveva.

14 - RISORGIMENTO E UNITA’ D’ITALIA

    Nel marzo del 2011 Gela ha commemorato il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia e l’ha fatto a pieno titolo, con tutti i crismi della consapevolezza storica di una città che ha dato alla Patria un contributo importante di vite umane. Prima, durante il Risorgimento, la città mandò i suoi figli, con lo sprezzo della vita, a combattere lo straniero Borbone per la rinascita e la libertà della Sicilia, oppressa dalla tirannide; dopo, nell’epopea garibaldina e nelle battaglie dell’Esercito Nazionale del Regno d’Italia, i nostri concittadini diedero il loro contributo di sangue per l’Unità d’Italia e per la nascita della nazione. Sangue dei figli di Gela, inoltre, fu versato nella guerra di Libia e ancor maggiormente sui lontani confini dell’Italia di nord-est nella Grande Guerra contro lo straniero austriaco e le potenze imperiali.

    La celebrazione dell’Unità d’Italia a Gela è qui ricordata dal maestro Occhipinti attraverso la realizzazione di un acquerello in cui sono presentati dei personaggi che concorsero alla riunificazione di piccoli stati, spesso governati da stranieri, sotto la bandiera italiana.

    La scena è caratterizzata dalla presenza di una figura femminile, che rappresenta l’Italia, mentre sventola la bandiera tricolore con lo stemma sabaudo, con l’asta della stessa che lambisce le figure dei “Padri della Patria”: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour e Giuseppe Garibaldi. A essi si affiancano le figure di alcuni personaggi locali partecipi del Risorgimento e dell’Unità d’Italia; nella porzione superiore, a partire da sinistra per chi guarda, si vedono i garibaldini Calogero Barone, Giuseppe De Leito e Gaetano Antinori, mentre, più sotto a destra, compaiono i patrioti Giuseppe Navarra e Mario Aldisio Sammito.

    Nella parte centrale della scena, è rappresentato il Risorgimento siciliano con la bandiera italiana della Sicilia, riconoscibile dal simbolo della trinacria, che sovrasta e che addirittura con la sua asta infilza, in senso di sconfitta, la bandiera borbonica del Regno delle Due Sicilie.

    In basso al centro, la scena si chiude con la rappresentazione del logo ufficiale del 150º Anniversario dell'Unità d'Italia: tre bandiere tricolore sventolanti come raffigurazione dei tre giubilei del 1911, 1961, 2011, in un collegamento ideale tra le generazioni.

15 - AGRICOLTURA E MARINERIA

    In questo acquerello, il maestro Occhipinti, con un‘efficacia notevole di sintesi storica e iconografica, ci propone un gruppo di scene che vogliono attestare alcuni principali aspetti dell’economia di Gela prima che, nella seconda metà degli anni Cinquanta, fosse stato scoperto il petrolio e quindi prima del successivo insediamento del petrolchimico. E sceglie l’agricoltura, riferendosi al cotone, e la marineria.

    In ambito agricolo, si ripercorre il processo produttivo legato al cotone, importato e coltivato qui originariamente dagli arabi, evidenziando prima un gruppo di contadini nell’atto della faticosa raccolta delle capsule dalle piante e poi della relativa lavorazione di sgranatura negli stabilimenti a vapore, di cui si vedono le ciminiere, per separarne la bambagia. La scena del processo produttivo si chiude con le immagini di alcune donne intente alla filatura. Dopo la sgranatura, con la separazione del cotone dalle piante, i fiocchi ottenuti erano stipati in sacchi di iuta, le cosiddette “balle”, che erano esportate in Italia e all’estero. In particolare, per mezzo di carretti, le balle di “malauggiu “, termine in vernacolo del cotone, erano trasferite nelle navi da carico attraccate al pontile sbarcatoio e, ancor prima della sua costruzione (avvenuta nel 1915), nel “Caricatore”, un riparo di scogli risalente al 1279 e funzionante fino ai primi decenni del Novecento nell’omonima contrada, nei pressi dell’attuale porto rifugio.

    Nella seconda parte della scena, l’autore, con la sua esperienza nella figurazione di diversi aspetti di tradizionali locali, raffigura un tratto del lungomare in cui s’intravvedono un ammasso di “scupazzu”, un derivato dalla palma nana, accatastato nei pressi di un magazzino e, in primo piano, due donne intente alla sua lavorazione.

    Infine, si propone l’argomento della marineria con le figure del pontile sbarcatoio, del palazzo della vecchia Dogana e dei bastimenti sulla spiaggia e ciò in relazione al fatto che Gela, fino al 1950, per la sua ubicazione costiera, rappresentava un importante centro commerciale della Sicilia sud-occidentale, infatti, per un raggio di quaranta chilometri, la sua rada era il naturale sbocco della produzione di tutto il circondario.

 

16 - PRIMA GUERRA MONDIALE

     La Prima Guerra Mondiale, conosciuta anche come Grande Guerra o Guerra di Trincea, sconvolse il mondo tra il 1914 e il 1918 e vide impegnate ventotto nazioni. A contrapporsi in quello che divenne il primo conflitto mondiale furono due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia, Russia, Italia e Stati Uniti che costituirono le Potenze Alleate da una parte, e Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria che costituirono gli Imperi Centrali dall’altra. La guerra durò quattro anni, tre mesi e quattordici giorni con più di trentasette milioni di vittime tra le forze di terra e quasi dieci milioni di morti tra la popolazione civile.

    Il 24 luglio del 1927 in contrada “Molino a Vento” si svolse una patriottica manifestazione in cui furono inaugurati il “Parco delle Rimembranze” e il monumento ai caduti terranovesi della Grande Guerra. Ogni albero piantato nel parco riportava delle targhe smaltate con i nominativi dei gelesi che combatterono contro lo straniero austriaco. Il monumento, opera dello scultore palermitano Pasquale Civiletti, è costituito da una stele in pietra calcarea, alta circa 5 metri con la scritta “Agli artefici della vittoria”, un fante di bronzo e, ad ornamento, quattro bombe cimeli di guerra. Occhipinti, riporta nella parte sinistra del tondo tale monumento, facendolo seguire dal busto di Giovanni Guccione, Medaglia d’Oro al valor militare, e da una figura centrale raffigurante la “Vittoria alata”. Nella parte centrale dell’acquerello sono raffigurati il busto di Gaetano Casciana, tenente del Regio Esercito Italiano caduto a Trieste nel 1920, e il monumento in Piazza S. Francesco dedicato ai due citati eroi, monumento realizzato nel 1937 e demolito nel 1953.

    Infine, nella parte superiore del tondo sono raffigurati la bandiera italiana con lo stemma sabaudo, il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena, mentre in basso è abbozzata una scena di guerra con un carro armato e dei fanti italiani.

17 - SECONDA GUERRA MONDIALE – LA BATTAGLIA DI GELA

    Nell’acquerello il maestro Occhipinti ci propone l’evento dello sbarco americano a Gela del 10 luglio 1943 con una serie di riquadri su cui predomina la scena della “Battaglia di Gela” con soldati italiani e tedeschi da una parte e quelli americani dall’altra.

    Nella parte superiore del tondo sono raffigurati il “Castelluccio” e alcuni fortini, disposti a caposaldo, nella Piana di Gela; subito sotto compaiono due fanti italiani, con una mitragliatrice “Breda” nel mezzo di una battaglia, e il busto del Gen. Alfredo Guzzoni comandante della VI Armata italiana in Sicilia. Il riquadro è completato dalla figurazione di un carro armato “Tigre” della divisione tedesca “H. Goering”.

    Nella parte sinistra della scena, vicino il riquadro della facciata principale della Chiesa Madre, compare la figura del Gen. George Patton, comandante della VII Armata americana sbarcata nel Golfo di Gela; seguono, immediatamente sotto, la rappresentazione dello sbarco di soldati da una nave americana e le immagini di una battaglia aerea tra forze contrapposte. Al centro della scena si osserva il pontile sbarcatoio con l’immagine di un’esplosione che ne distrugge la parte centrale.

    Infine, un particolare, posto vicino la raffigurazione della Chiesa Madre, che merita risalto è quello del piccolo triangolo che racchiude un occhio; l’autore, condividendo una recente opinione di alcuni studiosi, ha raffigurato volutamente questo simbolo come emblema dell’iconografia massonica e ciò in relazione ad una probabile partecipazione della massoneria di Gela, qui di antica tradizione, al favorimento dello sbarco alleato in Sicilia in concorso coll’”intelligence” anglo-americana.

18 - ALDISIO E LA RICOSTRUZIONE DEL DOPOGUERRA

    Il tondo proposto da Antonio Occhipinti si riferisce alla figura di Salvatore Aldisio (1890-1964) e alla sua opera nei confronti di Gela nel dopoguerra. Aldisio ha rappresentato una figura chiave della storia siciliana al punto che si considera padre dell’autonomia regionale; è stato quindi un personaggio autorevole, ma lo è stato anche in ambito nazionale per il suo impegno allo sviluppo democratico del Paese. Deputato del Partito popolare nel 1921, fu uno dei maggiori organizzatori del movimento di Luigi Sturzo in Sicilia. Durante la sua militanza politica, diverse e importanti sono state le cariche cui fu chiamato dallo Stato: Prefetto di Caltanissetta, Alto Commissario per la Sicilia, Ministro dei Lavori Pubblici e della Marina Mercantile e, infine, Vicepresidente del Senato della Repubblica. In particolare, durante la carica di ministro nel dicastero dei LL.PP., Aldisio fu ispiratore di un notevole rinnovamento urbanistico di Gela con la realizzazione di opere importanti come il Villaggio Aldisio, il Lungomare, il Porto rifugio, il Municipio, il Museo Archeologico, le chiese di S. Giacomo e di S. Domenico Savio, la Diga Disueri sul fiume Gela, alcuni edifici scolastici, ecc.  Alcune figure di tali opere sono riportate nel tondo.

    In occasione di questa rivisitazione della figura di Salvatore Aldisio, si vuole qui proporre un brano tratto da un opuscolo, edito dal politico negli anni Quaranta, dal titolo “Ricordi di una grande battaglia”, che così recita: “Gela sarà la pietra di paragone, il dato di riferimento, la zona pilota alla quale guarderanno con ansioso interesse gli studiosi dei problemi economici e quanti chiedono e sperano di vedere finalmente redento il Mezzogiorno d’Italia che, rinnovato, irrobustirà l’economia generale di tutto il Paese”. “Gela - ne sono sicuro - non verrà meno a questo alto mandato che la Nazione e la Regione le affidano”. Il brano continua con un augurio alla città; “Già, con gli occhi della fantasia, io precedo i tempi. Vedo finalmente il povero aggregato di case nel quale sono nato, e dove molto ho sofferto, faticato e lottato, insieme a tutti coloro che hanno cooperato per il suo rinnovamento, avviarsi a giorni veramente migliori; vedo il modesto comune della mia fanciullezza, con volto interamente rinnovato, avviarsi all’antico splendore della gloriosa città mediterranea, le cui “immanes ruinae” destarono una profonda emozione nell’animo di Cicerone. Vedo la nuova città, attiva e pròspera, specchiarsi su quel mare che, dopo l’ultimo crudele conflitto, torna a essere una pulsante arteria di traffici, e a ricordarsi, attraverso questa comunione di popolo nel lavoro, di essere stato “acua lustrale” alla Religione che ha dato al mondo il dono delle più alte idealità umane”. “Iddio illumini le nuove vie segnate alla città: coloro che sapranno percorrerle con passo deciso e con l’animo sgombro da ogni meschino egoismo, lo porteranno verso l’adempimento della giustizia sociale, che è nella legge di Dio e nell’ansia degli uomini”. Il brano, che si può considerare come testamento morale di Aldisio lasciato ai politici gelesi e alla città, purtroppo è rimasto misconosciuto e ampiamente disatteso.

19 - TURISMO ARCHEOLOGICO E BALNEAZIONE

    Antonio Occhipinti ci presenta un tondo che intitola “Turismo archeologico e Balneazione” come a voler enfatizzare due importanti cardini su cui si sarebbe dovuta basare l’economia di Gela anziché su quella derivante dal petrolio che ha portato, sì il benessere, ma purtroppo assieme ad esso l’inquinamento e, cosa peggiore, un’involuzione culturale che mal ha inciso sulla civiltà della popolazione trasformando la città sotto certi aspetti in un luogo invivibile. E pensare che il vero “petrolio” per Gela era rappresentato (e lo è ancora) dai beni culturali e dall’ambiente: gli uni e l’altro invece sono stati violentati a discapito maggiormente delle prossime generazioni. L’autore sicuramente propone questo soggetto per ricordare ai governanti di controllare e tutelare l’ambiente oltre a riappropriarsi del patrimonio archeologico e monumentale, patrimonio spesso lasciato all’inesorabile usura del tempo e, peggio ancora, all’insipienza delle istituzioni.

    Le icone qui raffigurate, sono state disegnate tutte con colori densi per dar loro una maggiore incisività visiva; monumenti, reperti archeologici e museo da una parte, dall’altra il mare con le barche e lo stabilimento balneare “La Conchiglia”, oggi un relitto di cemento armato pieno di ricordi, un monumento alla modernità, usurato dal tempo e finito miseramente per l’incuria e la stoltezza di quanti avrebbero dovuto salvaguardarlo.

20 - MATTEI E IL PETROLCHIMICO

    Così come ha fatto per Salvatore Aldisio, il maestro Occhipinti, da gelese ma anche come ex dipendente del petrolchimico, ha voluto ricordare la figura e l’opera di Enrico Mattei (1906-1962) nei confronti di Gela, proponendone il busto sulle immagini del pontile, del porto isola, delle trivelle, degli impianti e delle ciminiere, ma anche sulle figure della Chiesa Madre e del Municipio, simboli dell’antico e del moderno di Gela.

    Inoltre, in basso a sinistra nel tondo, è raffigurata l’antica Diga di Grotticelle sul fiume Gela, prima opera in muratura in Sicilia realizzata dal Duca di Terranova nel 1563, e ciò per mettere in risalto l’antica economia agricola della città e del suo territorio nel tempo in cui, con la costruzione dello sbarramento, si produsse una svolta per migliorare e razionalizzare l’uso delle acque del fiume per irrigare e rendere più produttiva la coltivazione dei campi.

    Due economie, quindi, l’una di antica tradizione, legata all’agricoltura e l’altra moderna, legata al petrolchimico, siglata con la figura del “drago-cane nero a sei zampe”, il logo ufficiale dell’ENI.

21 - UN SECOLO DI PERSONAGGI GELESI

    Il maestro Occhipinti con questo tondo propone una serie di personaggi che dal 1800 a oggi si sono distinti nei diversi campi della società gelese. Così, dalla politica all’arte e dalla cultura alla religiosità, il pittore presenta figure di personaggi che hanno lasciato traccia della loro opera, forse con la segreta speranza di riguadagnare la storia recente della nostra città, avvolta da eventi sociali ed economici che hanno dato purtroppo risultati illusori e lontani da tutte quelle virtù morali che rappresentano l’elemento indispensabile nella costruzione della civiltà di un popolo.

    Sono undici busti di personalità che, in sequenza circolare, ne contornano altri tre posti a centro per un totale di quattordici personaggi che, grazie a un sapiente dosaggio di colori a diversa tonalità, si evidenziano nei tratti caratteristici del loro viso. E se il maestro li ha raffigurarli è bene che di essi si faccia menzione iniziando con il personaggio posto al centro della tavola:

- il Cardinale di Santa Madre Chiesa, Antonio Maria Panebianco (1808-1885);

- il Sindaco Cav. di Gran Croce della Corona d’Italia Comm. Antonino Nocera (1850-1930) (per chi guarda a sinistra del cardinale);

 - il Garibaldino Giuseppe De Leito (1839-1913) (a destra del cardinale);

 A iniziare dal busto posto sotto il cardinale, in sequenza antioraria, si menzionano:

 - il pittore, farmacista Dott. Salvatore Solito (1906-1983);

 - il Podestà Prof. Giuseppe Navarra (1888-1961);

 - il fotografo Comm. Attilio Guglielmino (1910-2000);

 - il cultore di patrie memorie Salvatore Damaggio Navarra (1851-1928);

 - il Sindaco Cav. Giacomo Navarra Bresmes (1865-1911);

 - l’On.le Salvatore Aldisio (1890-1964);

 - il cultore di patrie memorie Rev. Luigi Aliotta (1906-1961);

 - il patriota risorgimentale Giuseppe Navarra;

 - il patriota e scrittore Mario Aldisio Sammito (1835-1902);

 - il tenore di fama internazionale Cav. Gaetano Ortisi (1844-1929);

 - lo scrittore Dott. Francesco Savà (1895-1960).

22 - PERSONAGGI DELLA STORIA DI GELA

    Con questo ovale, il maestro Occhipinti termina il percorso storico-figurativo di Gela e del suo territorio; percorso che ha visto i maggiori personaggi e gli eventi più rappresentativi della storia millenaria di Gela.

    Utilizzando sempre la sua sensibilità coloristica, a volte stemperata da una dettagliata modulazione delle velature e delle trasparenze, il pittore acquarellista raffigura, in alto al centro, il busto di Salvatore Aldisio che sovrasta due opere edilizie del suo tempo: la chiesa di S. Giacomo e il Municipio, dietro il quale, fa trasparire alcuni impianti e la torcia del petrolchimico come a voler coinvolgere l’autorevole politico gelese alla svolta economica industriale della città negli anni Sessanta.

    Si passa alla raffigurazione di Federico II, della chiesetta di S. Biagio, preesistente all’imperatore, del “castrum”, del “Castelluccio” (ambedue di epoca federiciana) e della Torre di Manfria, edificata in epoca successiva.

    Si va poi indietro nel tempo, arrivando fino all’epoca greca con la raffigurazione di Eschilo, di Gelone e degli ecisti Antifemo e Entimo, fondatori di Gela nel 688 a.C. A essi seguono le figure delle fortificazioni di Capo Soprano, dei templi greci dell’acropoli, di alcuni prodotti della coroplastica geloa e di due monete, una di Gela e l’altra di Siracusa.

    L’esterno dell’ovale è completato con la raffigurazione di un grappolo d’uva da una parte e un mazzo di spighe dall’altra, due classici prodotti dell’economia agricola di Gela. Infine, due putti sostengono un elemento decorativo con l’emblema della città con la scritta HERACLEA CIVITAS ANTIQUISSIMA, l’antica e primigenia denominazione medievale di Gela.

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